L’arte di essere indimenticabili
L’identità high-fashion di Riley Woodell
C’è una bellezza che non chiede il permesso di esistere: nasce nelle ombre, si afferma nel silenzio e prende forma tra le luci taglienti dei set. Riley Woodell appartiene a quel luogo sospeso dove la moda diventa rito, metamorfosi, presenza. Il suo percorso è una scia di decisioni feroci e delicate, guidate dall’istinto e da un’estetica che non teme l’intensità. New York l’ha plasmata, ma è nelle profondità del suo immaginario — oscuro, sensuale, disciplinato — che Riley trova la sua vera potenza. Qui, la bellezza non è mai una formula: è un linguaggio.
Sei cresciuta in una piccola città nel North Carolina e hai iniziato a fare la modella da adolescente. Cosa ti ha spinto a volerti provare davvero nella carriera di modella? Com’è stato passare da una passione occasionale a una carriera professionale vera e propria?
Sono cresciuta in una città davvero piccola nel North Carolina, quindi la moda ha sempre fatto parte di un mondo lontano a cui potevo accedere solo attraverso le riviste e Internet. All’inizio fare la modella era un passatempo divertente e creativo che mi permetteva di sperimentare un’estetica nuova, qualcosa non avevo mai visto attorno a me. Ma quando ho iniziato a lavorare come modella a livello locale e ho scoperto quanto mi piacesse stare sul set, ho capito che non era solo un hobby: era la prima cosa che mi faceva sentire veramente me stessa. Il passaggio alla carriera vera e propria è stato complicato ed emozionante. Sono passata dai servizi fotografici con gli amici dopo la scuola alla scoperta delle agenzie, dei casting e di come funziona realmente il settore. È stato un percorso fatto di tentativi ed errori, ma ogni passo ha reso il sogno più tangibile.
Infatti hai spesso raccontato di come all’inizio hai cambiato diverse agenzie e collaborazioni prima di decidere di concentrarti sull’alta moda e costruire un’identità chiara. Puoi raccontarci qualcosa in più su questo processo di costruzione e di consapevolezza di te stessa?
All’inizio dicevo di sì a tutto: a ogni collaborazione, ogni provino, ogni incontro con le agenzie, perché stavo ancora cercando di capire in quale nicchia mi collocarmi. “Più lavoravo, più diventava chiaro che il mio punto di forza era di non essere una “generalista”. Ero naturalmente attratta da lavori più cupi, malinconici e concettuali. Lavori che apprezzavano e valorizzavano il mio viso invece di spingermi ad aderire a un certo standard.” Alla fine ho capito: sono più competitiva quando mi concentro su questi temi. Quindi ho deciso di agire in modo intenzionale. Ho cercato agenzie che avessero effettivamente i clienti che volevo e ho eliminato tutto ciò che non era in linea con l’immagine che sapevo di poter mantenere a lungo termine. Quel cambiamento, scegliere una strada invece di cercare di percorrerle tutte, è ciò che ha fatto tutta la differenza per me.
Nel tuo passaggio dal lavoro più squisitamente commerciale all’alta moda, qual è stata la sfida più grande in termini di immagine e di narrazione personale?
La sfida più grande è stata disimparare l’idea che una modella debba essere “universalmente attraente”. I lavori più commerciali mi hanno insegnato ad ammorbidirmi, a sorridere, a essere accessibile. L’editoriale d’alta moda richiede l’opposto: ha bisogno di un punto di vista forte e molto specifico. Penso che sia importante sapersi muovere in entrambi i mondi, ma può capitare di gravitare spontaneamente di più verso uno dei due. “Ho dovuto imparare a sentirmi a mio agio nell’essere intensa, immobile, strana. Mi ci è voluto del tempo per capire che i clienti non mi assumevano per essere riconoscibile, ma per essere indimenticabile.” Ed è molto più importante rispetto a piacere a tutti.
L’alta moda spesso richiede presenza, teatralità e un certo mistero. Quali aspetti della tua personalità pensi di esprimere maggiormente in questo tipo di lavoro?
Onestamente? Le parti di me che non mostro sempre nella vita reale. Sono un’osservatrice naturale, sono emotivamente intelligente e un po’ intensa, e l’alta moda mi permette di amplificare queste caratteristiche. “C’è una versione di me che prende vita sul set: divento drammatica, cinematografica, controllata ma potente. Adoro scivolare in uno spazio in cui posso comunicare tutto senza dire una parola.”
Oggi molte case di moda preferiscono le modelle con una forte identità rispetto a quelle con una bellezza più “tradizionale”. Secondo te, come si diventa memorabili in un settore così competitivo?
Con l’impegno. Con tutte le persone belle che ci sono, la bellezza da sola non è più l’elemento che fa la differenza. Una modella diventa memorabile quando ha un punto di vista e lo esprime in modo coerente attraverso il suo lavoro, il suo stile, la sua energia e il suo modo di comportarsi. I clienti vogliono sapere esattamente cosa stanno acquistando. L’identità è una risorsa aziendale. Prendiamo ad esempio Alex Consani: non è stata assunta solo per il suo aspetto fisico. È stata assunta perché è piacevole lavorare con lei e perché è dedita al suo lavoro.
Editoriali, sfilate, campagne pubblicitarie di alto livello — come cambiano la tua preparazione e il tuo atteggiamento mentale in contesti così diversi?
Con gli editoriali riesco a esprimere al massimo la mia creatività. Mi immedesimo nel personaggio e studio i riferimenti per capire lo stato d’animo che stiamo creando. Le passerelle richiedono un’energia diversa: è un momento fisico, richiede disciplina, è quasi atletico. Io mi concentro sul mio corpo, sulla mia presenza e sulla mia camminata. In una sfilata il modo in cui ti comporti è davvero importante. A seconda di come interagisci con gli abiti e la passerella, puoi sembrare alta tre metri. Le campagne richiedono continuità e precisione. Ogni fotogramma deve sembrare costoso, studiato e raffinato. Mi preparo concentrandomi, rivedendo le pose e assicurandomi di essere mentalmente lucida.
Quanto è importante costruire un personaggio o una storia per i progetto di alta moda su cui lavori?
Per me è essenziale. L’alta moda non funziona se si tratta solo di belle immagini. Anche se sottile, deve esserci un filo narrativo. Costruire un personaggio mi dà una direzione: cambia la mia postura, il mio viso, la mia tensione, il mio ritmo. Quando la storia è chiara, tutto il resto cade al posto giusto, in modo naturale.
C’è un marchio di alta moda, emergente o già affermato, che si allinea maggiormente alla tua estetica “oscura, sexy, vampiresca” e con cui sogni di collaborare? E qual è il miglior progetto a cui hai lavorato finora?
Mi piacerebbe lavorare con marchi come Mugler, Rick Owens o Ann Demeulemeester, chiunque viva in quello spazio elegante ma sinistro, scultoreo e sensuale. Per quanto riguarda il miglior progetto a cui ho lavorato, tutto ciò che è editoriale e ha un concept forte mi colpisce sempre molto. Per quanto riguarda il miglior progetto a cui ho lavorato, tutto ciò che è editoriale e ha un concept forte mi colpisce sempre. Adoro i servizi fotografici in cui posso trasformarmi, in cui il team si immerge completamente in un mood e mi fa scomparire al suo interno.
Lavori molto a New York, in una città in cui la moda fa parte della vita quotidiana. Cosa significa per te essere una “modella di New York”?
Essere una modella di New York significa adattarsi costantemente, muoversi continuamente, essere umili e allo stesso tempo altezzose. New York ti impone di mostrarti nella tua forma più autentica e determinata. Non c’è nulla di casuale. È uno stile di vita.
New York richiede molta resilienza. Come hai imparato a muoverti, sopravvivere e brillare in un ambiente così veloce e competitivo?
Ho imparato a fidarmi di me stessa. A New York si viene trascinati in mille direzioni diverse: tutti hanno un’opinione su come dovresti apparire, come dovresti comportarti e come dovresti posizionarti. Nel momento in cui ho smesso di cercare l’approvazione esterna e ho iniziato a fidarmi del mio istinto, tutto ha iniziato a funzionare. Ho anche imparato a essere disciplinata – riposo, routine, limiti – e a circondarmi di persone che mi sostengono.
I social media (Instagram in particolare) sono dei portfolio per casting e per brand, ma anche un modo per entrare in contatto con i propri follower e con altri collaboratori creativi. Quanto sono importanti oggi per la tua carriera?
Instagram è fondamentalmente un portfolio live ora. I direttori di casting lo guardano ogni giorno, i clienti lo usano per valutare l’identità e i colleghi lo usano per conoscere meglio la tua estetica. Ma è anche il luogo in cui posso mostrare maggiormente la mia personalità, i momenti dietro le quinte, la realtà dietro l’immagine finale. Cerco di considerarlo come un’estensione del mio lavoro senza lasciare che controlli la mia vita.
Guardando al tuo presente, su quali progetti o collaborazioni ti stai concentrando in questo momento? E dove ti vedi tra 5-10 anni?
In questo momento mi sto concentrando sugli editoriali di alto livello, sulle campagne dei grandi marchi, sulle sfilate e, in generale, su quei lavori che mi permettono di spingermi verso una dimensione più esclusiva. Tra 5-10 anni mi immagino con una carriera internazionale ben consolidata: mi piacerebbe iniziare a realizzare più campagne di lusso, sfilare come volto fisso per Rick, Vivienne Westwood, Diesel e Balenciaga ed essere parte del processo creativo con i team che ammiro di più. Voglio longevità, non solo momenti. I momenti sono fugaci. Sono le relazioni che ti permettono di eccellere. Voglio guadagnarmi un posto al tavolo e non essere lì solo come la ragazza bruna e magra dell’IMG con un bel viso. Voglio esserci perché sono Riley. E ovviamente Riley c’è. Riley è un’icona.
Una classica domanda in stile Genius: qual è la canzone che ti dà la carica al mattino? E qual è una canzone che, secondo te, rappresenta davvero Riley Woodell?
La canzone che mi dà la carica al mattino cambia molto col mio umore, ma di solito scelgo qualcosa di intenso ed energizzante, come una canzone dei Paramore o forse “Shotgun” dei Limp Bizkit.
Autore: Carolina Genna - Edizione: Issue 29 - MR. DENIM



