Il doppio regno di Paolo Campinoti

Dalla power generation alla MotoGP

Se lo cerchi al telefono, non sai mai da dove ti possa rispondere: Italia, Stati Uniti, Australia, Bahrain (dal 2023 ricopre il ruolo di console onorario, dopo esserlo stato in passato della Romania) o chissà dove. Paolo Campinoti, classe 1967, è una trottola impazzita per il mondo che passa da una riunione all’altra, oggi in un continente, domani in un altro, nel suo ruolo di amministratore di Pramac Group o di vice presidente esecutivo di Generac, il colosso statunitense dell’energia che nel 2016 ha acquisito l’azienda fondata nel 1966 a Casole d’Elsa (Siena) da suo padre Mario. Pramac Group oggi è presente in oltre 150 Paesi con 8 stabilimenti produttivi e 17 filiali, articolate in due aree di business: Power & Energy, che include generatori fino a 3 MW e sistemi a batterie, e Material Handling, con il marchio Lifter by Pramac, specializzato in transpallet e stoccatori. Dall’acquisizione da parte di Generac il fatturato è triplicato, arrivando nel 2024 a 570 milioni di euro. Ma se non è in giro per il mondo per quello che rappresenta il suo business principale, è probabile che Campinoti lo sia su qualche circuito del Motomondiale da gran capo di Pramac Racing. Il team che nel 2024 ha conquistato il Mondiale piloti con Jorge Martin, dopo avere portato a casa la stagione precedente quello a squadre, e che in questa stagione, dopo avere chiuso un rapporto ventennale con la Ducati, ha abbracciato la sfida della Yamaha come secondo team ufficiale. Personaggio istrionico, verace, coinvolgente, è uno delle personalità di spicco nel paddock della MotoGP, dotato com’è di una simpatia travolgente e istantanea che ne fanno giocoforza uno dei catalizzatori del mondo delle corse. Anche se i suoi momenti, e luoghi, preferiti sono altri.

Campinoti, è iniziata la Sua stagione preferita.
Sì, a me l’inverno piace molto, il clima natalizio, la montagna. Io sono uno da freddo, non da caldo.

Sono passati dieci da quell’intervista che facemmo alla Versiliana, al termine della quale Lei ci raccontò che da lì a dieci anni si vedeva a Cortina a dare la padella agli skilift. Sono arrivati e invece…
Devo accelerare, mi sa, visto che ormai di skilift in giro se ne vedono sempre di meno. Dovrò inventarmi un altro lavoro con però lo stesso ritmo. Lento.

Lei è un viaggiatore perenne. Quanti giorni all’anno sta lontano da casa?
Non li ho mai contati per davvero, ma direi che una cifra intorno ai 230-240 giorni non è troppo lontana dalla realtà.

Azienda, team MotoGP, vita privata. È difficile conciliare tutto questo?
Ormai sono abituato. Per me questo tipo di vita è diventato la normalità, passo da un fuso orario all’altro con grande facilità, ho la fortuna che riesco a dormire dappertutto e in ogni condizione, faccio dei “power nap” che mi permettono sempre di recuperare velocemente. Altrimenti, sarebbe impossibile.

È l’amministratore delegato di Pramac Industrial e vice presidente esecutivo di Generac, il colosso statunitense che nel 2016 vi ha acquistato. La vostra è una realtà industriale che in questi anni ha vissuto una crescita importante.
Sì, sono molto contento, dal punto di vista professionale siamo e stiamo crescendo molto, anche perché a livello globale stiamo vivendo un momento dove il fattore energetico è diventato sempre più critico, anche per lo sviluppo che stiamo vedendo con sempre più data center, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la guida assistita… La richiesta energetica a livello mondiale sta diventando sempre più fondamentale per sostenere questo tipo di attività, che non si possono permettere di non avere energia per funzionare.

Fu una bella illuminazione da parte di suo padre Mario, che aveva fondato l’azienda partendo dagli scavatori ma ben presto allargò il business anche a quello dei generatori.
Ormai è passato tanto tempo da quel momento – era la fine degli anni ’80 – in cui ci trasformammo da un’azienda prettamente edile che realizzava principalmente betoniere e materiali da costruzione, a una protagonista nel campo dell’energia.

Lei sembra avere ereditato da lui il gusto della sfida, dell’andare a cercare strade nuove. È successo anche nella MotoGP. Quando nel 2002 la Pramac fece capolino nel Motomondiale, Lei l’aveva preso quasi come un gioco, invece…
Fu grazie alla Honda, della quale eravamo un cliente storicamente importante per i motori dei nostri gruppi elettrogeni. Capitò questa opportunità quando ci chiesero di rilevare la struttura di Jeff Hardwick, la Hardwick Racing, che era in grosse difficoltà economiche e io accettai. All’inizio lo vissi davvero quasi come un gioco, ma è durata poco, perché in poco tempo la MotoGP è diventata una parte fondamentale della nostra filosofia di marketing e sviluppo aziendale. Perché il Motomondiale è uno dei pochi eventi globali che riescono a permetterti una presenza quasi capillare in tutto il mondo.

A livello lavorativo quanto è complicato dividersi tra due realtà, comunque, molto complesse e sempre più coinvolgenti?
Non tanto, devo essere sincero. Anche perché, grazie anche alla nostra presenza nel Motomondiale, in tanti Paesi dove oggi andiamo a correre abbiamo creato attività, uffici, società che sviluppano e diffondono i nostri prodotti. Di conseguenza, il fatto di venire alle gare, diventa anche un momento di lavoro per Pramac Industrial e Generac per organizzare riunioni e fare dell’attività commerciale e di marketing. Di fatto c’è un’interazione sempre più stretta e connessa tra le due realtà.

A quanti anni ha cominciato a lavorare?
Così per gioco a 14 anni, tutte le estati le passavo a lavorare in azienda per fare esperienza. Ho cominciato dalla produzione e dopo un po’ all’attività di ufficio. E per tanti anni ho fatto molta alternanza studio-lavoro. Poi, lavorare lavorare, ho iniziato alla fine dell’università, avevo 26 anni.

Si ricorda a quanto ammontasse il suo primo stipendio?
Avevo 14 anni… c’erano ancora le lire, credo fosse sulle 400-500 mila lire.

E cosa si comprò con quei primi soldi?
Niente. Li mettevo tutti su un conticino di risparmio che mi aveva aperto mio nonno.

Da ragazzo cosa sognava?
Sono sempre stato orientato a continuare l’attività di mio padre, che a me piaceva molto. Sono molto contento di esserci riuscito a diventare il genere di imprenditore che sono oggi, il mio desiderio era quello, ed esserci riuscito mi rende felice.

E oggi che cosa le piacerebbe fare di diverso da sempre? C’è qualcosa che stuzzica la sua fantasia?
Io mi definisco una persona felice, sia a livello professionale sia famigliare, tra mia moglie Chiara e due figlie molto brave, sia come persone sia a livello lavorativo. E questo mi basta. Sono felice di quello che ho, la cosa che amo di più è godermi ogni giorno. È la mia filosofia di vita.

Lei è una persona molto empatica e carismatica, glielo riconoscono tutti. Conosce persone di ogni tipo. L’incontro più bizzarro che abbia mai avuto?
Non è una risposta facile, anche perché ho avuto la fortuna di incontrare tantissime persone in ogni parte del mondo. Forse il più strano e bizzarro è stato l’incontro con il re della Malesia.

E il personaggio più carismatico?
Io provo sempre a imparare molto da tutti, perché da ogni situazione possono nascere nuove opportunità. Sicuramente, una delle persone dalle quali ho imparato maggiormente è stato l’ex amministratore delegato della Honda, parlo di tantissimi anni fa, quando iniziammo il nostro rapporto professionale con loro. Era una persona molto profonda e nell’ascoltarlo imparai tantissimo su come affrontare tante dinamiche a livello lavorativo. Sono insegnamenti che mi rimasero molto impressi e che ancora oggi mi tornano utili.

Ha un rapporto speciale con Stefano Domenicali, il presidente della Formula 1.
Per me è un fratello. È una delle persone a me più vicine, oltre a essere un manager eccezionale per quello che è riuscito a creare in questi anni ovunque sia stato.

Quanto ha aiutato la presenza in MotoGP a far crescere il gruppo Pramac?
Tantissimo. Devo essere obiettivo, in tante situazioni noi siamo anche stati percepiti molto più grandi di quanto non fossimo in realtà. Soprattutto all’inizio della nostra avventura, come title sponsor o proprietari di team c’erano veri e propri colossi come Phillip Morris, Repsol, Telefonica e altri. Trovarsi in un mondo così e competere al pari con queste realtà ci ha fatto sicuramente essere recepiti molto di più di quanto effettivamente non fossimo, e questa cosa ci ha dato tantissima visibilità, ma anche possibilità di crescere. Perché essere in MotoGP ha permesso di vederci aprire la porta a tante attività che erano di fatto collegate al nostro business. Per fare un esempio, penso alle gare in notturna in Qatar per la MotoGP o Singapore per la F.1, che sin dall’inizio sono state possibili grazie ai nostri gruppi elettrogeni.

Qual è il senso della sfida, per Lei?
A me piace molto la sfida… non vorrei dire che sono molto competitivo, perché alla fine non credo che sia il termine esatto, però mi piace fare cose nuove, raggiungere obiettivi anche complicati e diversi dal solito. Però sempre cercando di farlo in maniera molto corretta e restando me stesso. C’è un film che guardo spesso, e che per certi versi mi ha sempre ispirato alla ricerca di questo equilibrio tra l’avere successo ed essere me stesso, senza perdere i valori che mi contraddistinguono, ed è Jerry Maguire. Non ho mai pensato che per avere successo tu debba accettare qualsiasi compromesso.

Dicono che non bisogna innamorarsi dei piloti. È vero?
Come in tutte le cose ci vuole sempre una certa dose di ragione. Ma se non l’accompagni con un altrettanto importante dose di passione e sentimento, non va bene. La vita è sempre tutto un mix tra testa e cuore e io provo a vivere ascoltando entrambi. E quindi è logico che con questo approccio diventa inevitabile innamorarsi un po’ dei piloti.

Quello che Le è rimasto dentro più di tutti?
Mah, è sempre difficile fare queste classifiche. Noi ne abbiamo visti passare tantissimi nel nostro box in questi anni, poi a secondo di quello che è successo è chiaro che con qualcuno ti leghi di più che con altri. Di Jorge Martin, con il quale abbiamo vinto il Mondiale, non posso dire che non mi sia rimasto nel cuore, anche perché è un ragazzo eccezionale. Ma abbiamo anche avuto piloti con magari meno successo sportivo, ma che sono rimasti molto legati a noi, prendi Danilo Petrucci, Jack Miller che lo scorso anno è tornato con noi… Sicuramente, una persona per me molto speciale e alla quale per diverse circostanze voglio molto bene è Andrea Iannone.

Cosa le ha lasciato vincere nel 2023 fa il Mondiale a squadre e nel 2024 quello piloti?
Onestamente è una sensazione molto difficile da raccontare, non è facile trovare le parole giuste. Se riesci a vincere il Mondiale con un team indipendente come il nostro, come mai a nessuno era riuscito, è qualcosa di sicuramente unico, che ti gratifica in un modo speciale. Poi, vinto il Mondiale abbiamo fatto una scelta molto difficile, molto complicata, avendo lasciato la Ducati per la Yamaha. E questo è sicuramente un momento molto particolare, intenso. Però credo che questo cambio ci regalerà nuovi stimoli per tornare agli stessi livelli ai quali ci eravamo abituati fino allo scorso anno.

Vedendo questo 2025 molto complicato, non Le è mai venuta un po’ di nostalgia di avere lasciato la Ducati? O per come è fatto, Lei non si guarda indietro?
Sicuramente in Ducati noi siamo rimasti vicini a tanta gente, la parte sentimentale, di cuore, non le puoi cancellare, e una parte è sicuramente rimasta là. Però bisogna guardare avanti, la scelta che abbiamo fatto è stata anche di testa, abbiamo deciso che a seguito di tutta una serie di situazioni che non condividevamo, o condividevamo molto poco, era giusto accettare questa nuova sfida, che pensiamo che ci permetterà di esprimere la nostra passione e voglia di migliorarci. Questo per noi è un momento chiave, ripartire con un progetto nuovo e provare a ripeterci.

Cambiamo sport: dai motori alla neve, allo sci. Che è una Sua grandissima passione.
Anche se non sono un professionista, mi piace tanto. Sulla neve io sono nel mio habitat naturale. Sto bene in montagna, sto bene quando faccio curve, mi regala sensazioni importanti. Con il mio gruppo di amici l’appuntamento mandatorio è ogni mattina alle 7.45 alla base della seggiovia per salire alla Tofana. Quello per me è il momento più bello della giornata.

Cos’è per Lei la velocità?
Nello sci è un grande rischio. Per cui cerco di starci molto attento. Per il resto, invece, è una grande passione. Non solo nello sport, ma anche nella vita.

Manca pochissimo all’Olimpiade. Che opportunità è per Cortina?
Secondo me grandissima. E spero che sia sfruttata al meglio, perché un’Olimpiade ti dà una grandissima visibilità nel mondo, permetterà a tanta gente che ancora non la conosce, di scoprirla, apprezzarla. È un’opportunità da non perdere.

Eppure, se ne parla poco.
È qualcosa di tipico italiano, perché alla fine tutta una serie di cose, tra burocrazia e problematiche varie, non hanno permesso di essere in tempo. Per me, ora tutti ne parlano poco anche perché c’è una gran paura di arrivare zoppi. Ma io spero che se ne parlerà tanto al momento opportuno perché saranno un grande successo.

Andrà a vedere qualche gara?
Mi sono già segnato un po’ di giorni di ferie per andare a vedere tutto quello che posso. Sono già d’accordo con Stefano Domenicali.

Chiudiamo rifacendo la stessa domanda di quell’intervista: tra dieci anni dove si vede?
Di continuare a fare quello che sto facendo, magari con un ritmo un po’ meno intenso, così da godermi le cose che ho. Perché viaggiando così tanto, alla fine non riesci ad apprezzare per davvero quello che hai.

Un viaggio che le piacerebbe fare?
Un bel safari. Che non ho mai fatto. Sono stato tantissime volte in Africa e posso raccontare di non so quanti aeroporti, hotel e lounge. Ma un safari, mai. Per ora.

Autore:  Paolo Ianieri - Edizione: Issue 29 - MR. DENIM

Paolo Ianieri

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