Editoriale | Susanna Sieff, firma autorevole della rivista Genius
Viviamo immersi in una società, quella occidentale, che ci vuole perennemente acquirenti di un numero sempre crescente di beni, prodotti e servizi, anche se non strettamente necessari, perché cedere al desiderio del prossimo acquisto, quello assolutamente irrinunciabile, ci aiuta a soddisfare noi stessi, almeno per un po’. L’economia del mondo occidentale si fonda sul ruolo sociale del “consumatore” –parola che deriva dal latino consumere, “sprecare” o “usare” – sul suo potere d’acquisto, e su costruzioni psicologiche condivise che identificano il raggiungimento del benessere e della felicità, con il conseguimento di un risultato, spesso materiale, “monetizzabile” e soggettivo, che alimenta un loop pericoloso: acquistiamo, consumiamo, buttiamo, acquistiamo di nuovo. Sempre più velocemente. Proviamo a fare un esempio in un settore che ci tocca tutti, tutti i giorni, quello della moda. L’industria dell’abbigliamento ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 15 anni. Mentre la produzione di capi di abbigliamento è quasi raddoppiata, la durata media del ciclo di vita dei prodotti ha conosciuto un declino inversamente proporzionale. Si stima infatti che, nel periodo 2000 – 2020, l’utilizzo medio di vestiti e accessori sia diminuito del 40%, con i capi più economici che vengono indossati solo 7 o 8 volte prima di essere scartati. L’esplosione della fast fashion, caratterizzata da un’offerta sempre più frequente di nuovi vestiti e accessori a prezzi ridotti, è sicuramente una delle cause di questo fenomeno. E la tendenza ad un consumo usa e getta sembra aggravarsi sempre più, al punto che non si parla più di Fast Fashion ma di Ultra Fast Fashion. Se la durata stimata da alcuni brand di ultra fast fashion per i propri capi è un anno, i consumatori in realtà li scartano molto prima, dopo due o tre utilizzi, ritenendo più conveniente comprare un capo nuovo anziché occuparsi della cura di quello vecchio.
Questo approccio estremo ha portato l’industria della moda ad essere tra i settori più impattanti al mondo: in termini di consumo di materie prime e di energia, di emissioni di CO2 e di inquinamento ambientale di acqua e suolo, nonché di produzione di rifiuti, visto che ad oggi solo il 12% degli abiti dismessi viene riutilizzato, il restante va ad incenerimento o in discarica. Il tessile è, tra i settori produttivi, al terzo posto per utilizzo di acqua e suolo, al quinto per uso di materie prime ed emissioni di gas serra, che sono più alte dell’intero traffico veicolare aereo mondiale. In media, solo per produrre un singolo paio di jeans si utilizzano 3.800 litri d’acqua, 12 m2 di terreno e 18,3 Kw/h di energia elettrica, a fronte di un’emissione di 33,4 kg di CO2eq. nell’intero ciclo di vita del prodotto. Un impatto che assume dimensioni impressionanti se si considera che ogni anno in tutto il mondo vengono prodotti 3 miliardi e mezzo di jeans. Per quanto riguarda l’impatto sociale, inoltre, si stima che la filiera tessile rappresenti la seconda industria maggiormente esposta al rischio di forme di schiavitù moderna, soprattutto di donne e minori, con violazioni che vanno dalla discriminazione salariale di genere, alla violenza e alle molestie sul luogo di lavoro.
Nonostante questi dati e una consapevolezza sempre maggiore sul tema, l’atteggiamento compulsivo rispetto al consumo di abiti non sembra per ora cambiare. Anzi. Entro il 2030 si stima che in Europa il consumo di abbigliamento aumenterà del 50% circa, con un conseguente aumento degli impatti ambientali e sociali. È evidente che di fronte a questi numeri occorre adottare un diverso approccio. In questo senso si sta muovendo la Commissione europea per una moda più sostenibile e di qualità, attraverso l’attuazione (entro il 2030) della “EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles”. I punti chiave della strategia sono: migliorare le prestazioni dei tessili in termini di design, durata, riutilizzabilità, riparabilità e riciclabilità da fibra a fibra; aumentare il contenuto obbligatorio di fibre riciclate; ridurre al minimo la presenza di sostanze pericolose; contenere gli impatti negativi su clima, ambiente e persone. I tessuti inoltre dovranno avere una sorta di passaporto digitale contenente informazioni ambientali, come la tracciabilità di sostanze pericolose.
Ma non è solo il mondo istituzionale che ha iniziato ad affrontare il problema dell’insostenibilità della moda. Lo stesso stanno facendo aziende e realtà produttive attraverso lo sviluppo di tecnologie innovative in grado di cambiare il modello di produzione, per passare ad un approccio finalmente circolare. Una delle strade più interessanti riguarda l’utilizzo degli scarti di lavorazione agro-industriale, che da rifiuti diventano risorse preziose, destinate a nuova vita. Da ciò che avanza dalla lavorazione del latte o della frutta, possono essere creati prodotti diversi, come tessuti innovativi ed ecologici: fibre simili alla seta a partire dagli scarti degli agrumi, filati ricavati da una proteina del latte, la caseina, simil-pelle ricavata dalle bucce di mela, dalle foglie dell’ananas o da funghi parassiti degli alberi. Tessuti sportivi creati a partire dai fondi del caffè. Una strada necessaria che bisogna percorrere tutti insieme: istituzioni, imprese, ma anche noi “consumatori”, che dobbiamo diventare più consapevoli e attenti, limitare l’acquisto di abiti (e oggetti in generale) e indirizzare le scelte verso capi più sostenibili, second hand o disegnati e prodotti con attenzione e responsabilità, per ridurre gli impatti che questi hanno su ambiente e persone, guardando al futuro.Fonte dei dati: Ellen MacArthur Foundation e The World Bank Group
Maggio 2023 - Autore: Susanna Sieff - Edizione: Issue 22 - TRA ANGELI E DEMONI
In foto: Exit Through the Gift Shop, Banksy - Ph. Fabrice Gallina, 2022



