Tabù: Blonde Sugar, oltre gli stereotipi
Le risposte più interessanti sono spesso quelle che mettono in crisi le domande. Laureata in Psicologia, Blonde Sugar ha scelto il sex work digitale con piena consapevolezza e, senza cercare di convincere nessuno, offre una riflessione sul modo in cui la società osserva il desiderio, giudica le scelte individuali e continua a confondere la morale con i diritti. Un’intervista che invita ad ascoltare e mette in discussione molti dei luoghi comuni con cui la nostra società continua a parlare di sesso. O, più spesso, continua a non parlarne.

Partiamo dall’inizio: sei laureata in Psicologia, ma a un certo punto hai deciso che la tua professione sarebbe stata un’altra. Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che quella della sex worker era davvero la tua strada?
È una lunga storia. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Italia, mi sono trasferita in Inghilterra per la laurea magistrale. La mia intenzione era quella di rientrare in Italia subito dopo la laurea, ma ho trovato immediatamente lavoro e quindi sono rimasta a Newcastle. Più passava il tempo, però, più sentivo il bisogno di tornare, così un giorno prenoto un volo impromptu e me ne torno a casa… a casa dei miei, si intende. Incubo totale per chi, ormai, è abituato a vivere solo.
Torno in Italia e vado all’università per chiedere informazioni sull’equipollenza del titolo estero, ma scopro che la richiesta può essere fatta solo durante il periodo delle iscrizioni. Quando finalmente arriva il momento, mi riconoscono 30 CFU su 120. Vado nel panico: ero convinta di dover semplicemente fare l’Esame di Stato e iniziare a lavorare, invece mi ritrovo a dover rifare la magistrale, un anno di tirocinio non pagato e poi, di nuovo, l’esame di Stato.
Mi iscrivo a un’università online e, nel frattempo, inizio a lavorare saltuariamente in alcuni locali, come mi aveva consigliato un amico. Finita la seconda magistrale, comincio il tirocinio post laurea ed è lì che mi rendo conto che, per fare la psicologa, sono costretta a censurare me stessa. Ogni martedì sera partecipiamo al gruppo di terapia: tutti raccontano cosa hanno fatto durante la settimana, ma io non posso dire niente. Devo fingere di essere chi non sono, perché quella che sono non è in linea con il codice deontologico. Quel ruolo mi stava stretto, mi soffocava.
Faccio comunque l’esame di Stato, ma più passano le esperienze e più mi rendo conto che continuo a sentirmi esattamente come durante il tirocinio. A una certa mollo tutto e decido di dedicarmi al sex work full-time.
Se dovessi spiegare a chi non conosce questo mondo in cosa consiste davvero il tuo lavoro, quale sarebbe la prima cosa che smonteresti?
Il primo mito da sfatare è che il sex work non sia un “vero lavoro”, o che sia un modo per fare soldi facili. Spiegare in cosa consista esattamente è complesso, perché ogni content creator si muove in modo diverso in base alle proprie piattaforme. Io lavoro principalmente su ManyVids, un sito che gode già di un traffico interno. A differenza di chi usa OnlyFans, quindi, non sono costretta a dipendere dai social media. Non ho alcun interesse a fare l’influencer, e trovo estremamente trash il 90% dei contenuti legati al sex work che girano sui social. Non voglio ridurmi a creare video stupidi o ragebait solo per monetizzare l’attenzione.
La mia attività si concentra sulla produzione video: ho uno store su ManyVids e pubblico quattro contenuti a settimana. Realizzo anche video personalizzati, che nella maggior parte dei casi mantengo non esclusivi per poterli poi rivendere. Il lavoro quotidiano consiste nello scrivere gli script, memorizzarli, filmare, editare e caricare i file. Mi occupo soprattutto di fetish, quindi la componente parlata e l’interazione visiva con la telecamera sono fondamentali. Il montaggio è la fase che assorbe più tempo, perché oltre al video principale devo creare teaser e copertina, e poi curare titoli, descrizioni e tag.
C’è questa falsa credenza che basti scattarsi una foto e postarla per guadagnare. La realtà è che lavoro molte più ore del mio compagno, che ha un impiego “normale”. Come in qualsiasi attività libero-professionale, i soldi facili non esistono: il mercato è saturo, emergere è difficilissimo e serve un impegno costante anche solo per portarsi a casa uno stipendio dignitoso. Io ho la fortuna di sapere l’inglese: se fossi limitata al pubblico italiano sarebbe ancora più difficile. Non sto dicendo che faccio la fame, per carità, ma i soldi che faccio me li devo guadagnare.
Hai mai avuto la sensazione di dover giustificare la tua scelta? E a chi: alla tua famiglia, agli amici o a te stessa?
No, mai. Mi circondo solo di persone che hanno una mentalità aperta o che comunque sono in grado di rispettare le scelte altrui anche se non le condividono. Sicuramente mio padre sarebbe stato in disaccordo, ma non gli parlo da molto prima proprio perché non ci troviamo su troppi argomenti.
Una domanda per certi versi old school e da società arcaica, ma come hanno reagito i tuoi genitori quando hanno scoperto che questa sarebbe stata la tua strada? E oggi che rapporto hanno con questa parte della tua vita?
Mio padre l’ha scoperto da altri, non so bene come abbia reagito perché non gli parlo ma sicuramente non l’avrà presa bene. A mia madre ho sempre raccontato tutto. Non c’è stato un “coming out” lavorativo, anche perché la transizione è avvenuta gradualmente. Suppongo preferirebbe facessi la psicologa ma non mi ha mai fatto pesare la mia scelta né mi ha mai criticata. Faccio quello che mi piace, sono felice, pago le tasse, non faccio nulla di illegale… Alla fine non penso ci siano i presupposti per delle critiche, anche perché sa che la mia è stata una scelta ponderata e non dettata dall’incapacità o impossibilità di far altro.
Secondo te l’Italia è ancora un Paese ipocrita quando si parla di sesso? Dove vedi la distanza più grande tra ciò che le persone fanno e ciò che ammettono di fare?
Uh, hai voglia. Basta farsi un giro nei commenti sotto i post di “Stop Tassa Etica” o nei dibattiti sull’educazione sessuale. In molti casi emerge una chiara contraddizione tra pubblico e privato… In altri, penso si tratti di vera e propria repressione sessuale, che porta a vivere la propria intimità in modo castrante. Gli esempi sono infiniti: da chi guarda materiale pornografico ma critica aspramente chi lo fa, magari per invidia verso chi lavora nell’industria, fino ai traditori seriali che condannano la non-monogamia etica.
Dal punto di vista economico, si può davvero vivere bene con OnlyFans? Quanto conta il talento imprenditoriale rispetto all’estetica?
Se non erro, le entrate medie su OnlyFans si aggirano intorno ai 200 dollari al mese. Si può vivere di sex work? Ovviamente sì, ma è un lavoro come un altro. Puoi essere la parrucchiera dei VIP ed essere ricchissima, oppure la parrucchiera di quartiere che fatica ad arrivare a fine mese perché non ha abbastanza clienti. Nel sex work online, chi fatica a sbarcare il lunario è di gran lunga superiore in numero rispetto a chi diventa ricco.
L’estetica conta ben poco. Per chi lavora su OnlyFans, la chiave del successo è saper usare i social. Nel mio caso, invece, contano molto la conoscenza dell’inglese, la capacità di recitare, l’abilità nel realizzare le fantasie più disparate e una buona gestione dello store. Su ManyVids deve piacerti davvero il roleplaying e la sperimentazione con i vari fetish. È un target completamente diverso da quello di OF.
Quanto conta la performance? C’è una differenza tra Francesca e il personaggio che mostri online, oppure coincidono?
Direi che coincidono: sono disinibita ed esibizionista anche nella vita reale. Per ovvi motivi devo fingermi un po’ più socievole di quello che sono in realtà, cioè estremamente asociale, quando interagisco con i clienti.
Chiaramente la Francesca sex worker rappresenta una parte di me, non la totalità della mia persona, ma quella parte è autentica… if that makes sense.
In un lavoro in cui il corpo è al centro e il prodotto sei tu, come si protegge la propria salute mentale?
Fissando confini chiari. Se una cosa non ti va, non la fai, punto. Non importa quanti soldi perdi. Se un cliente non ti piace o ti manca di rispetto, lo blocchi. Se decido di staccare alle 20 dopo otto ore davanti agli schermi, non resto connessa altri dieci minuti per la videochiamata di un cliente. Se ci tiene davvero, si adegua ai miei orari, altrimenti pazienza. Fortunatamente lavoro soprattutto con stranieri, che trovo estremamente rispettosi. Gli unici che ogni tanto devo bloccare sono gli italiani su Telegram. Il bello di questo lavoro è che ho la piena libertà di mandarli a quel paese prima di bloccarli, se se lo meritano… molto liberatorio per una con “l’odio facile” come me.
C’è un’altra cosa a cui tengo tantissimo: l’onestà sul piacere. Io, ai clienti, lo dico chiaramente quando fingo. Voglio che sappiano come funziona davvero il corpo di una donna. È legittimo che mi dicano loro cosa fare, ma mi dà un fastidio tremendo la convinzione che quelle azioni, che eccitano loro, avranno sicuramente effetto anche su di me. Io glielo dico chiaramente: “Posso fare come dici tu e fingere, ma se vuoi che l’orgasmo vero, devo stimolarmi il clitoride”. Non mi va di alimentare false credenze e la loro visione pene-centrica del sesso.
Se invece penso alle possibili paranoie fisiche legate alla pressione di dover piacere per lavoro, posso dire di non averne mai sofferto. Il bello dell’amatoriale è che c’è spazio per corpi di tutti i tipi. Oltretutto, dopo aver superato il mio DCA ormai più di 10 anni fa, ho iniziato ad avere molti meno problemi con me stessa. Aver toccato il fondo mi ha permesso di rinascere in una versione decisamente migliore.
In più, troverai sempre quel cliente che ha un fetish proprio per quello che tu consideri un difetto. Ad esempio, io odio avere il thigh gap e nelle foto poso sempre di lato o a gambe incrociate per nasconderlo… Eppure c’è chi lo ama alla follia. Sotto questo aspetto, penso che il mio lavoro possa davvero dare una spinta all’autostima.

Chi sono davvero i tuoi clienti? Quali sono le richieste più frequenti che ricevi?
Sono persone del tutto normali, con vite sessuali sane. Molti hanno relazioni stabili e fanno sesso regolarmente, ma hanno un partner che non vuole esplorare determinati kink. Così scelgono di soddisfare quella parte del loro desiderio tramite i video.
Penso mi sia capitato solo una volta di imbattermi in qualcuno con una parafilia patologica, ma per il resto parliamo di persone comuni con vite normali. Io mangio bene a casa, ma ogni tanto ho comunque voglia di andare al ristorante; allo stesso modo, i miei clienti hanno una vita sessuale normale, ma ogni tanto vogliono dedicarsi a un po’ di sano autoerotismo con un contenuto creato ad hoc per loro.
I fetish più richiesti sono il wetting/female desperation, tutto ciò che rientra nel femdom e i roleplay taboo (step-mom/sister/daughter, ecc.). I miei video più venduti in assoluto sono clip in cui non sono nuda e non faccio nulla di esplicitamente sessuale. È tutto un altro pianeta rispetto a OF, dove il cliente medio vuole vederti fare cose estreme per trenta minuti pagando appena 9,99 dollari.
Osservando migliaia di persone attraverso il tuo lavoro, cosa hai capito sul desiderio maschile che la maggior parte delle persone ignora?
Si tende a pensare che gli uomini siano guidati solo dall’istinto “carnale” e che per le donne il sesso sia più una questione mentale, ma la verità è che anche per gli uomini la testa conta tantissimo. E poi vabbè, c’è tutto il discorso sulla mascolinità classica: la società impone agli uomini il ruolo di dominanti a tutti i costi, quando in realtà moltissimi di loro preferirebbero l’esatto opposto, desiderando una posizione più o meno sottomessa.
Dopo tutto quello che hai visto e vissuto, pensi che il sesso sia soprattutto una questione di corpo, di potere, di fantasia o di solitudine?
Trovo che sia soprattutto una questione mentale, di testa e quindi di fantasia. Chiaramente l’aspetto psicologico non è l’unico a contare. Direi che il sesso sano ha a che fare con tutti gli elementi che hai elencato, fatta eccezione per la solitudine. Indubbiamente per alcune persone questa componente è presente, ma non credo rappresenti affatto la normalità.
In Italia esiste una cosiddetta “tassa etica”: chi produce contenuti pornografici può essere soggetto a un’addizionale fiscale del 25%. Molti la considerano una sorta di “tassa morale”: ma se un lavoro è legale, è giusto che lo Stato lo giudichi anche moralmente?
Ovviamente no, non è giusto. A me piace definirla tassa (pat)etica. Non solo è una tassa bigotta, ma contrasta con principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale quali la laicità dello Stato, l’uguaglianza fiscale, la libertà di espressione e il principio di capacità contributiva.
Le criticità, però, non si limitano a questo. Non è davvero chiaro quando e su cosa vada versata, al punto che a diversi contribuenti vengono date indicazioni contrastanti. La legge parla chiaro, almeno sulla carta, ma la realtà dei controlli è ben diversa. Siamo arrivati a un livello di discrezionalità inaccettabile: parliamo di video che potrebbero stare tranquillamente su Youtube o Instagram, ma che diventano “eticamente tassabili” solo perché venduti altrove. Manca un protocollo univoco di applicazione. Questa imposta non comprende le sfumature del settore: la tassa etica colpisce in base al pregiudizio, punto. Non è solo una questione di soldi, ma di certezza del diritto.
Potrei continuare all’infinito, guarda. Hai presente lo slogan “non si possono proibire gli aborti, si possono solo proibire gli aborti sicuri”? Lo stesso identico principio si applica alla pornografia. Introdurre una “tassa etica” non fa altro che penalizzare la produzione di contenuti per adulti regolamentati e sicuri. Il risultato? Si finisce per incentivare il mercato sommerso dei contenuti rubati, non consensuali e illegali. Ironia della sorte, la tassa “etica” ottiene l’effetto opposto: distrugge proprio la pornografia etica.
Credi che in Italia si faccia abbastanza educazione all’affettività e alla sessualità? O il fatto che questi temi restino tabù alimenta anche il pregiudizio verso chi fa il tuo lavoro?
No, credo che in Italia si faccia ancora troppo poca educazione all’affettività e alla sessualità. Molti puntano il dito contro la pornografia, accusandola di creare aspettative irrealistiche, ma il problema non è il porno: è un prodotto di intrattenimento, non un manuale. Se tante persone imparano il sesso attraverso internet è perché esiste un enorme vuoto educativo lasciato da scuola e famiglia. Incolpare il porno è solo un modo per evitare il vero problema: l’assenza di un dialogo aperto, scientifico e privo di moralismi. Non a caso, quando chiuderò il mio percorso nel sex work, mi piacerebbe conseguire un master in Educazione Sessuale.
Questa mancanza di educazione ha conseguenze concrete: gravidanze indesiderate, poca prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, scarsa conoscenza di strumenti come la PrEP e perfino resistenze verso vaccini fondamentali come quello contro il papilloma virus. Ma i danni non sono solo sanitari: riguardano anche la qualità delle relazioni.
Viviamo ancora una sessualità raccontata da un punto di vista maschilista e “pene-centrico”, che alimenta miti come quello della verginità e contribuisce a disuguaglianze come l’orgasm gap. Invece di insegnare alle ragazze ad avere paura del giudizio, dovremmo educarle a conoscere il proprio corpo, a vivere rapporti basati sul consenso, sulla comunicazione e sul piacere reciproco. Una persona che sceglie liberamente e con consapevolezza non è mai un oggetto.
C’è poi un ultimo paradosso: gli stessi moralisti che condannano le sex worker spesso contribuiscono a crearne la necessità. Se parlare di sesso, fantasie e desideri non fosse considerato vergognoso, molte persone potrebbero viverli serenamente all’interno della coppia, senza doverli cercare altrove. Per questo continuo a pensare che di sesso si possa, e soprattutto si debba, parlare.
Se domani il Governo ti chiedesse un parere su come regolamentare il lavoro delle sex worker digitali, quali sarebbero le prime tre cose che cambieresti?
Beh, per prima cosa: abolizione immediata della tassa etica. Per il resto, fortunatamente qualcosa si è già mosso, ad esempio con l’introduzione di codici ATECO specifici. Riguardo alla tutela dei minori, capisco perfettamente la necessità di impedire loro l’accesso ai contenuti per adulti, ma i metodi attuali di verifica dell’età non funzionano e presentano criticità, in particolare per le persone adulte con disabilità. Il sistema va assolutamente ripensato.
C’è poi la questione delicatissima delle banche: diverse creator subiscono il fenomeno del debanking, cioè la chiusura improvvisa del conto, solo perché ricevono bonifici da queste piattaforme.
In ogni caso, credo che le criticità maggiori riguardino chi lavora “dal vivo” piuttosto che nel digitale. Oggi esiste un codice ATECO per l’escorting, ma le lacune normative sono ancora tantissime. Diventa davvero complicato fatturare regolarmente quando il cliente, com’è ovvio che sia per privacy, si rifiuta di fornirti i propri dati personali. In più, avere un codice ATECO così esplicito ti mette in una posizione problematica in diverse situazioni quotidiane, come quando devi affittare casa: chi affitta potrebbe rifiutarti sia per puro pregiudizio, sia per il timore di poter essere accusato di favoreggiamento della prostituzione.
Penso che se la passino peggio di noi “online sex workers”, insomma … Ma ehi, almeno loro non sono soggette a tassa etica!
Infine, viviamo in un’epoca in cui tutti monetizzano la propria immagine sui social. La differenza è che tu monetizzi anche la tua sessualità. Dove finisce l’influencer e dove comincia la sex worker? Esiste davvero un confine così netto?
Non ci avevo mai riflettuto, ma credo che influencer e sex worker online condividano soprattutto una competenza: saper creare una relazione con il proprio pubblico. Molte influencer usano la sensualità per catturare l’attenzione e costruiscono un rapporto di vicinanza con i follower; è la stessa capacità empatica richiesta su piattaforme come OnlyFans, dove l’interazione con gli utenti è parte integrante del lavoro. Allo stesso tempo, chi lavora su OF deve comportarsi anche da influencer, utilizzando Instagram o TikTok per portare traffico ai propri contenuti. Nel mio caso è diverso, perché lavoro principalmente su ManyVids, che dispone già di un motore di ricerca e di una community consolidata.
La vera differenza, però, non è il grado di nudità. In alcuni miei video sono più vestita di tante influencer su Instagram. Ciò che cambia è l’intento del contenuto. Un video apparentemente identico può avere finalità completamente diverse: divulgative in un caso, erotiche nell’altro.
Diverso è anche il modello economico. L’influencer viene remunerata dai brand e offre contenuti gratuiti agli utenti; nel sex work è il cliente a pagare direttamente, spesso cercando un’interazione esclusiva e personalizzata che lo renda protagonista dell’esperienza.
Alla fine, però, la distinzione più evidente la impongono ancora la società e le istituzioni. Se un’influencer posa in intimo per una campagna pubblicitaria, tutto è considerato normale. Se una sex worker vende la stessa identica immagine, deve affrontare stigma, rischio di debanking e difficoltà concrete, persino nell’ottenere un mutuo o affittare una casa.
Ottobre 2026 - Autore: Carolina Genna | Edizione: Issue 30 – LA GUERRA DEI MONDI



