Una storia di giocattoli

Fotografie a cura di Gigi Soldano
Con introduzione di Danilo Castellarin

Non è vero che non si gioca più perché s’invecchia. È in­ vece vero il contrario: si invecchia quando si smette di giocare. Questo perché il gioco, grande o piccolo che sia, alimenta la fantasia, il sogno, la creatività, pro­muove l’incontro e stimola da un lato la riflessione, dall’altro la progettualità. Ammirare queste opere d’arte – di cui la ditta Ventura fu una delle artefici – è come calarsi in una straordinaria macchina del tempo, per esplorare l’epoca in cui esisteva il “gioco lento”, ri­cordo sepolto nella memoria d’infanzia di molti baby-boomers nati intorno agli anni Cinquanta, periodo al quale appartengono molti dei coloratissimi oggetti. Molti rimpiangono quei tempi e riflettono sulla fretta incalzan­te dei nostri giorni che ha delegato ai telefonini anche il tempo della spensieratezza dei più piccoli. Saltando a piè pari quella che doveva essere la stagione dell’in­fanzia, della quale il gioco era l’espressione primaria. Giocare con iPad e iPhone – che prevedono risposte preconfezio­nate, sì o no che sia, dove la fantasia del fanciullo viene sacrifica­ ta – è tutta un’altra cosa.

È una violenza per i bambini che ven­gono abituati, fin da piccini, a nevrotiche modalità che divente­ranno abitudine, quando, con quegli stessi strumenti, dovranno destreggiarsi nell’agguerrito mondo del lavoro dell’età adulta. Chissà perché l’adulto dimentica così in fretta la felicità, quello stato d’animo lieto che ci avvolgeva quando giocavamo con le macchinine sui corridoi di casa, o con le bambole sulle morbide poltrone del salotto, o ancora, sognando di arrivare dall’altra parte del mondo a bordo di una barchetta a vela nel laghetto dei giardini pubblici. Non è un caso se un celebre personaggio come il filosofo ciber­netico Silvio Ceccato spesso raccomandasse: “Qualunque cosa si faccia come lavoro o come studio, si innesti un tanto di gioco”. Perché i giochi, tutti insieme, formeranno un esercito compatto – ma non di quelli minacciosi e cupi che da anni affollano i tele­ giornali – per traghettare i visitatori in una dimensione diversa, quasi terapeutica, e ritrovare qualche ora di serenità. Sarà come riscoprire un vecchio film in bianconero, di quelli a lieto fine, seminando gioco e fantasia, e raccogliendo, se non proprio felicità, almeno lietezza. Scriveva Pablo Neruda: «Nella mia casa ho riunito giocattoli grandi e piccoli, senza i quali non potrei vivere. Il bimbo che non gioca non è bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era dentro di sé e che gli mancherà molto».

Ventura Giocattoli: quando il gioco diventa cultura
Nata nel 1936 a Treviso dall’intuizione di Angelo Ventura, l’a­zienda (VZT poi VAP) cresce da piccolo laboratorio artigianale a realtà industriale d’eccellenza nel panorama italiano del dopo­ guerra. Trasferitasi nel 1951 a Torno, sulle sponde del Lago di Como, Ventura Giocattoli inventa, sperimenta e produce oggetti capa­ ci di far sognare generazioni di bambini: auto filoguidate, lava­trici­ giocattolo, calcetti meccanici e giochi marinari in legno e metallo diventano simboli di un’Italia che rinasce. Oltre all’innovazione, la Ventura è anche un’impresa fondata sui valori della famiglia, del lavoro condiviso e della responsa­bilità sociale. Chiusa nel 1983, la sua eredità vive nei giocattoli, oggi conside­rati vere opere d’arte e oggetti da collezione.

L’avvento dell’automobile: un lusso non solo per i grandi
Quando nel dopoguerra, l’automobile diventa uno status­ symbol per grandi, i genitori che potevano permetterselo, pre­ diligevano modelli di auto di prestigio anche nella scelta dei giocattoli per i propri figli e quindi, la costruzione di questi gio­cattoli, per Ventura, doveva avere una qualità paragonabile a quella delle vetture a cui si ispiravano. Ne è un esempio per tutte l’Alfa Romeo 1900 ss Touring “fuori­ serie” la cui carrozzeria veniva realizzata con un sottile foglio di alluminio stampato a freddo con due matrici “maschio­femmi­na” che gli conferivano la forma. Alluminio ­ il bello della leg­gerezza: elastico, resistente, duraturo e non arrugginisce mai. Lo stesso procedimento veniva ugualmente utilizzato per dare vita a tutti gli altri modelli di auto ­giocattolo Ventura; i loro as­ sali invece, erano realizzati con assicelle di legno sottilissimo; lo chassis dove sono fissate le ruote, sia anteriori sia posteriori, pure in legno e poi in latta, cioè una lamiera di acciaio dolce ri­coperta da un leggero e uniforme strato di stagno puro, per ren­dere la superficie lucida e brillante, oltre a fornire una protezion­e contro l’ossidazione. La latta, in questo caso, era impiegata al posto dell’alluminio, perché quest’ultimo sarebbe risultato troppo fragile. Ma non possiamo dimenticare il prezioso contributo inventivo di Ventura. Uno per tutti: l’ingegnoso sistema di comando filo­ guidato e dotato di un leggero volante da far indossare al bimbo con una pettorina così da creare in lui la sensazione della guida dell’auto, anche perché dispone di luci, frecce e clacson funzio­nanti. Nelle altre vetture “Alfa Romeo 2500 6c” le ruote si possono muovere agendo sullo sterzo facilmente raggiungibile.

Gioco per gioco
Ogni giocattolo d’epoca custodisce una storia. Non solo quella della sua produzione, del marchio che lo ha creato o dei mate­riali usati, ma soprattutto quella delle mani che lo hanno toc­cato, dei bambini che ci hanno giocato, dei sogni che ha ali­mentato. Collezionare giocattoli antichi non è solo un hobby, ma un gesto profondamente umano: è il tentativo di stringere un legame con l’infanzia – la nostra e quella degli altri – e con l’immaginazione che quei meravigliosi oggetti hanno acceso dentro di noi. Il collezionista autentico non è mosso solo dal valore economico o dalla rarità del pezzo. È mosso da qualcosa di più profondo: la memoria, la meraviglia, la curiosità. In ogni scatola rovinata, in ogni gioco scolorito e usurato, si cela un mondo intero. Collezionare è anche un atto di coraggio. In un’epoca dominata dal consumo veloce, scegliere di preservare ciò che è stato si­gnifica resistere all’idea che tutto sia sostituibile. È provare, con umiltà, a dare un senso al passato, a ricostruirlo pezzo per pezzo. In fondo, ogni collezione è una forma di racconto, in fotografia si dice “storytelling”. E ogni giocattolo è una pagina vissuta, ancora capace di far sorridere, commuovere o sorprendere. Ho fotografato questi giochi così come volevo, considerandoli prima di tutto divertimento, svago, una forma di disimpegno mentale, ma anche abilità e gusto da sfoderare al momento giusto. Una traccia che spero possa restare! Un messaggio d’amore ver­ so quegli oggetti che ritengo autentiche icone della giovinezza, un messaggio allo spirito del gioco e alla gioia di trasformare la memoria in pura arte. A pensarci bene alla fine è bastato soltanto avere il coraggio di provarci.

Autore e Fotografie: Gigi Soldano - Edizione: Issue 29 - MR. DENIM

Gigi Soldano

About Author /

Gigi Soldano è da trent’anni uno dei fotografi più celebri dell’universo della MotoGP e del mondo a due ruote, con alla spalle ben 25 edizioni della Parigi Dakar e una raccolta decennale di immagini dei piloti e delle gare più memorabili del Motomondiale. La svolta lavorativa verso la sua più grande passione, la fotografia, arriva dopo la leva militare e nonostante una laurea in Scienze Sociali, con l’apertura di uno studio fotografico a Varese. Inizia poi la collaborazione con Mv Agusta (l’ex Cagiva) nel campionato di motocross in cui conosce la società che si occupava della produzione del Motomondiale e in cui lavoravano al tempo Nico Cereghini, Alberto Porta, Paolo Beltramo e molti altri. “ Nel 1983 ho iniziato ad andare ai primi Gran Premi di moto. Da cineoperatore. Le corse mi affascinavano molto, ma io mantenevo il mio spirito fotografico. Usavo ottiche di un certo tipo, cercavo inquadrature particolari. Un approccio che piacque”. E così tutto ebbe inizio.

Start typing and press Enter to search