Parlare tutte le lingue dell’arte
La visione curatoriale di Damiano Gullì
Curatore dallo sguardo trasversale, capace di muoversi con naturalezza tra diverse discipline, Damiano Gullì è oggi tra le voci più interessanti della nuova generazione di curatori italiani. Alla Triennale Milano, dove ha iniziato il suo percorso oltre dieci anni fa, ha contribuito a ridefinire il dialogo tra dottrine e pubblico, portando avanti un’idea di cultura come spazio aperto, inclusivo e in continua trasformazione. Oggi, alla guida dei progetti di Arte Contemporanea e Public Program, firma iniziative che uniscono ricerca, accessibilità, nuovi linguaggi. Tra queste, il programma che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, con mostre e installazioni che raccontano il legame tra arte, sport e anche il futuro delle città.
Gira voce che la sua sfavillante carriera sia nata dalla passione in adolescenza per un oggetto inaspettato: gli Swatch! In che modo questi orologi hanno contribuito a plasmare Damano Gullì, amante dell’arte, e, in seguito, Damiano Gullì, curatore?
Gli anni Novanta sono stati il periodo in cui il fenomeno Swatch è esploso come moda, in particolare in Italia, e io, adolescente, mi sono avvicinato con curiosità a questo orologio dal prezzo economico ma che riusciva a concentrare in sé sperimentazione, moda, design e, soprattutto, arte, attraverso il coinvolgimento di numerosi artisti internazionali – da Nam June Paik a Mimmo Rotella, da Mimmo Paladino a Keith Haring – invitati a progettare delle edizioni speciali. Dalla curiosità alla passione è stato un attimo e mi sono ritrovato a iniziare una collezione. Più andavo avanti più lo Swatch, attraverso i suoi riferimenti, diretti o indiretti, ad artisti, stili e movimenti mi faceva istintivamente avvicinare ai linguaggi della contemporaneità e, da lì, è aumentato il desiderio di approfondire e scoprire a prescindere dallo Swatch stesso. E così ho iniziato a leggere riviste d’arte, in primis Flash Art, e a frequentare mostre e musei. Tanto che alla fine anche la mia tesi di laurea è stata dedicata al rapporto tra moda, arte e design nella progettazione degli Swatch. In questo, centrale la figura di Alessandro Mendini, che da art director del marchio in quegli anni mitici ha trovato il miglior modo per veicolare le sue riflessioni sul decoro come “tema autonomo di progettazione”. Questa contaminazione tra “alto” e “basso”, cultura e pop ha guidato molti dei miei progetti, penso anche a tutto il lavoro sul Public Program in Triennale.
Oggi quali sono le influenze principali (artistiche, teoriche o anche esperienziali) che guidano la sua visione curatoriale?
Le influenze sono diverse. Cerco di guardare a tanti ambiti, non solo prettamente artistici, per cui tante letture, cinema, musica… Mi interessa indagare, scoprire e riscoprire figure che magari non hanno avuto il giusto riconoscimento da parte di critica e pubblico, come anche sento molto importante lavorare per la valorizzazione della nuova scena artistica italiana. Allo stesso tempo tematiche come quelle del corpo, dell’identità, della storia, della memoria, del genere ritornano costantemente nelle mie ricerche e progetti. E sempre centrale l’approccio trasversale alle discipline.
Infatti ha parlato più volte dell’importanza dell’“intreccio tra discipline” (l’arte, l’architettura, il design). Come ha tradotto concretamente questo principio nel suo lavoro di curatore?
Passioni adolescenziali a parte, la mia formazione a Parma in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte Contemporanea ha contribuito a rafforzare la mia propensione a un approccio trasversale alle discipline. A Parma insegnavano figure fondamentali come Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino, creatori dello CSAC, il Centro Studi Archivio della Comunicazione, un patrimonio archivistico immenso di materiali che spaziano dalla fotografia al design al progetto, al disegno di moda e di architettura, all’arte. Mi sono ritrovato in un mondo – all’inizio magari non in modo così consapevole – che per certi versi sarebbe diventato quello di cui ancora oggi faccio parte: un’istituzione, come Triennale, caratterizzata, fin dalla sua fondazione, dall’apertura a tutti gli ambiti disciplinari, senza gerarchizzazioni. Esemplificativo di questo approccio la mostra del 2020, da me co-curata con Joseph Grima per Triennale, su Corrado Levi, figura difficilmente etichettabile, docente, artista, collezionista, militante, critico, architetto, designer, boxeur. O l’omaggio a Lisa Ponti, artista, scrittrice, collaboratrice del padre Gio (e molto spesso “schiacciata” da questa ingombrante presenza), di cui abbiamo esposto i disegni ma accompagnati da una selezione di suoi testi critici per le varie testate con cui ha collaborato negli anni. O ancora il rapporto con la parola scritta in Marcello Maloberti (Martellate, Triennale Milano, 2022) o il costante dialogo tra immagine in movimento, installazioni e panorama oggettuale in Anna Franceschini (ALL THOSE STUFFED SHIRTS, Triennale Milano, 2023).
Quali sono – tra i progetti realizzati alla Triennale – quelli che considera più rappresentativi del suo approccio curatoriale? C’è un progetto a cui è particolarmente affezionato?
Oltre alle mostre precedentemente citate (ma potrei anche aggiungere il recente progetto Milano. Paradossi e opportunità co-curato con Jermay Michael Gabriel di Black History Months Milano e con il coordinamento di Seble Woldeghiorghis in occasione di Inequalities, esposizione internazionale di Triennale Milano), sicuramente Pittura italiana oggi del 2023, con progetto di allestimento di Italo Rota. 120 artisti, nati tra il 1960 e il 2001, ciascuno con un’opera realizzata tra il 2020 e il 2023: una restituzione prismatica delle plurime sfaccettature del fare pittura oggi in Italia con l’obiettivo di promuoverne e valorizzarne ricchezza e complessità. La ulteriore soddisfazione è stata che da quest’anno la mostra, con un focus più ridotto sugli artisti Under 35, è itinerante in tutto il Sud America, dopo Buenos Aires, a giugno, approderà in dicembre a Brasilia e nel 2026 a Rio de Janeiro e Città del Messico. La mostra diventa così un perfetto esempio di diplomazia culturale che ha visto lavorare congiuntamente Triennale, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, in qualità di promotore del progetto, e gli Istituti Italiani di Cultura e le Ambasciate delle città he accoglieranno il progetto. La mostra tocca i temi della identità e della alterità, della rappresentazione e della autorappresentazione, del rapporto con il panorama oggettuale della quotidianità, delle contaminazioni e slittamenti disciplinari, della rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione, degli scambi fluidi tra astrazione e figurazione e della nuova astrazione. Parla, certo, di pittura, ma, attraverso le opere esposte, parla in realtà di tutti noi, del nostro essere nel mondo, di come guardiamo il mondo, di sogni, emozioni, speranze, gesti, relazioni. Parla di ambiente, di natura, parla di storia, di tradizioni, di memoria e di ricordo. E lo fa con toni a volte ironici, a volte malinconici, a volte drammatici, a volte giocosi.
In un mondo globalizzato e straripante, in che modo si tiene aggiornato sulle tendenze internazionali nel mondo dell’arte, del design o della cultura contemporanea?
Visitando mostre, gallerie, fiere internazionali. Facendo ricerca e studio visit. Attraverso la lettura di magazine e pubblicazioni. “Trovo fondamentale lo scambio diretto, l’incontro con gli artisti e il confronto con altri curatori e professionisti. Come anche, dicevo prima, bisogna guardare oltre i mondi specificamente afferenti alle discipline citate per aprirsi alla saggistica (di varia natura), alla letteratura, al cinema, alla moda, alla fotografia, alla musica, al teatro e alla performing art.”
E secondo quale criterio, poi, sceglie quali temi trattare o quali artisti invitare, o ancora quale modalità sia la più adatta per fruire dell’arte o artista in questione?
Dipende. Non c’è un criterio fisso. Sicuramente temi, autori o ricerche devono avere una coerenza con quelle che sono le linee guida e la mission di Triennale.
Quali pensa siano gli artisti da guardare con interesse e tenere d’occhio oggi? Quali le mostre, le esibizioni o i programmi che non dovremmo lasciarci sfuggire?
Tanti sono gli artisti, ma preferirei non fare nomi, perché inevitabilmente rischierei di escludere qualcuno. A livello di mostre, Milano ha un’ottima produzione culturale grazie alla importante presenza delle gallerie e alla produzione culturale di istituzioni come Museo del Novecento, Pac, Pirelli HangarBicocca, Fodazione Prada. A Roma sono curioso di vedere la nuova stagione del MACRO sotto la guida di Cristiana Perrella. Parigi, nonostante la chiusura quinquennale del Centre Pompidou, sta vivendo stagioni molto felici da un punto di vista espositivo, dal Palais de Tokyo alla Bourse de Commerce fino alla nuova straordinaria sede di Fondantion Cartier pour l’art contemporain. Una rivelazione, per vivacità culturale, è stata Buenos Aires, ma allo stesso tempo invito a guardare a centri più piccoli, delocalizzati, come recentemente mi è successo a Pavarolo, vicino a Torino, dove ho “scoperto” lo studio museo e la casa di Felice Casorati.
Guardando al pubblico e all’audience, come crede sia cambiata la relazione della Triennale con i suoi visitatori negli ultimi anni? Quali sono gli ostacoli principali che ancora oggi incontra nel raccontare l’arte contemporanea e l’arte in generale a un pubblico a volte ancora acerbo?
In Triennale negli anni il pubblico è cresciuto, si è fidelizzato, anzi dovremmo più precisamente parlare di “pubblici” perché sempre più è importante allargare lo sguardo e accogliere istanze e interesse di tanti, di tutti. Non percepisco oggi particolari ostacoli nel raccontare l’arte contemporanea, in Triennale è stato fatto un percorso di avvicinamento, mostra dopo mostra, come anche abbiamo cercato di lavorare su accessibilità di testi e contenuti nell’esposizione, come anche, penso al caso della mostra sulla pittura, abbiamo sviluppato un podcast con Tiziano Scarpa e, per i più giovani visitatori, uno speciale Album Junior e visite guidate dedicate.
Quali sono gli obiettivi che si è posto per i prossimi 2-3 anni alla Triennale Milano?
Rafforzare il senso di comunità che si sta creando, lavorare in rete con altre realtà, portare avanti le riflessioni e i progetti delle generazioni più giovani e dare spazio a quante più possibili espressioni del fare artistico.
Tornando al futuro immediato, in vista dei Giochi la Triennale Milano ospiterà progetti, attività, public programs per esplorare lo sport attraverso diversi linguaggi artistici. Di cosa si compone il programma e qual è stato il suo ruolo nella costruzione di questo progetto?
Triennale accoglierà Casa Italia, la mostra White Out. The Future of Winter Sports, a cura di Konstantin Gric e Marco Sammicheli, e gli Art e Iconic Posters di Milano Cortina 2026. Questo nello specifico è il progetto che ho seguito direttamente e devo dire che è stata davvero una bella avventura.
Fino al 15 marzo 2026 sarà possibile vedere i suoi Art Poster presso le gallerie espositive del Piano Parco. Cosa può dirci di più?
Gli Art Posters rappresentano da oltre un secolo una delle espressioni più significative dell’eredità culturale dei Giochi. Ogni edizione olimpica è stata accompagnata da queste opere visive, che raccontano l’anima dei Giochi attraverso lo sguardo contemporaneo degli artisti. Ogni poster è unico, come una singola tessera che contribuisce a formare un ampio mosaico che parla di gioia, impegno, condivisione, emozione, solidarietà, ma anche di sana competizione, confronto e dialogo. Ne nasce uno straordinario rapporto tra arte e sport, libertà creativa e valori universali. Attraverso le loro opere, gli artisti sono riusciti liberamente e in modo originale a fondere perfettamente la propria visione e poetica con lo spirito dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici, trasmettendone con entusiasmo e passione i valori. Le loro creazioni pongono l’attenzione su gesti, simboli, immaginari, atmosfere, così come sull’ambiente, sui luoghi e sul paesaggio naturale che faranno da sfondo unico ai Giochi. La selezione degli artisti coinvolti riflette la continuità del lavoro portato avanti da Triennale nella promozione e valorizzazione della scena artistica italiana contemporanea. In particolare, si inserisce nel percorso avviato con la mostra Pittura italiana oggi di cui si parlava prima. Ci è sembrata un’occasione importante e significativa per coinvolgere 10 artisti under 40 – Beatrice Alici, Martina Cassatella, Giorgia Garzilli, Maddalena Tesser, Flaminia Veronesi, che hanno disegnato gli Art Poster Olimpici, e Roberto de Pinto, Andrea Fontanari, Aronne Pleuteri, Clara Woods, Giulia Mangoni, che hanno disegnato quelli paralimpici – in un progetto che permette una lettura creativa corale e sfaccettata dei Giochi. Il tutto è stato frutto di un lavoro di squadra che ha visto coinvolti Triennale, Fondazione Milano Cortina 2026, IOC e ICP. Agli Art Poster hanno fatto seguito gli Iconic Posters, recentemente svelati, disegnati da Olimpia Zagnoli per i Giochi Olimpici e Carolina Altavilla per quelli Paralimpici. Spero che questi poster contribuiscano a rafforzare ulteriormente l’attenzione sui Giochi, trasmettendone i valori in modo forte e coerente, e che rappresentino allo stesso tempo un’opportunità per gli artisti coinvolti di far conoscere il proprio lavoro in Italia e nel mondo.
Secondo lei, in che modo la Triennale è riuscita a tradurre i valori olimpici in uno o più linguaggi contemporanei, nuove modalità curatoriali o formati espositivi?
Parlavo prima di linee guida e mission. Ecco, Triennale si è avvicinata al mondo dello sport anche in questo caso in maniera coerente con la propria storia. Tutti i poster sono pensati per rivolgersi a un pubblico ampio e diversificato, non solo agli addetti ai lavori. La vera sfida, infatti, è proprio quella di riuscire a trasmettere i valori dei Giochi a tutti, poiché portano con sé un messaggio universale. Gli Art Posters contribuiscono a creare un forte legame tra sport e arte. Gli artisti coinvolti nel progetto hanno dimostrato una straordinaria capacità di tradurre la complessità affascinante del mondo olimpico e paralimpico in opere davvero accessibili a tutti.
Quale spera sarà l’eredità che i Giochi lasceranno alla città di Milano, ma soprattutto alla sua Triennale?
Questa la lascerei come risposta aperta. C’è ancora tanto da vedere, i Giochi devono ancora iniziare. Sicuramente lo sport è un linguaggio realmente trasversale e democratico. L’unione di sport e cultura credo possa rappresentare un ulteriore volano per amplificare messaggi e riflessioni anche su grandi temi sociali. E auspicherei che il grande entusiasmo che si sta respirando in queste fasi di avvicinamento, e che sicuramente esploderà durante tutta la manifestazione, persista anche al suo termine.
Autore: Carolina Genna - Edizione: Issue 29 - MR. DENIM



