Giuseppe Cruciani: il lusso della libertà

Giuseppe Cruciani parla di correttezza politica, indignazione pubblica, desiderio, ossessione e del prezzo da pagare per dire esattamente ciò che si pensa.

Ph. Damiano Andreotti

Libertà. Parola amata, contestata, celebrata, che da sempre alimenta una ricerca incessante e quasi istintiva, in grado di esercitare un fascino senza tempo, con un sapore romantico e seducente, ma anche crudo e feroce. Essere liberi è un ideale per cui molti hanno vissuto e lottato. Una battaglia combattuta con un unico obiettivo: poter vivere secondo la propria volontà, fedeli a se stessi. Eppure la libertà, anche rappresentando un concetto così ampio ma allo stesso tempo sfuggente, trova forma nelle cose più concrete: in un volto, in una voce, in una frase pronunciata al momento giusto, in un gesto. È lì che l’astratto diventa reale e l’idea si trasforma in esperienza. E nella nostra società contemporanea il volto dell’uomo libero, privo di sovrastrutture, in grado di dire ciò che pensa e di creare dibatto è lui: Giuseppe Cruciani. 

“Potestas vivendi ut velis” (La libertà è il potere di vivere come si vuole) così scriveva Cicerone, così vive Cruciani. Ma essere liberi però “non significa non avere limiti. Bisogna possedere la giusta creatività per aggirarli”.  Ed è così che il volto iconico della Zanzara si racconta, come un uomo che ha il coraggio di ammettere le proprie ossessioni, i propri desideri e la sfrontatezza di essere se stesso senza urla, senza caos, ma nel semplice suono delle sue parole. Una personalità che non si lascia descrivere, ma si rivela domanda dopo domanda. Perché molto spesso di fronte a una persona famosa ci si illude di conoscerla davvero.
Tuttavia la verità è che tra l’essere visibili e il lasciarsi scoprire esiste una distanza enorme: ciò che vediamo è solo ciò che quella persona mostra, mentre ciò che è davvero rimane spesso altrove.


Si dice che: “La mia libertà termina dove inizia la libertà dell’altro”. Per lei quale è la linea sottile che sancisce
la fine della propria e l’inizio di quella dell’altro? Milano ha influenzato la tua carriera da modella? Ti senti cambiata come professionista da quando sei qui? 
È difficile dare una risposta univoca. La libertà individuale non può essere sempre misurata esclusivamente in rapporto alla libertà degli altri. C’è chi sostiene che non esista una libertà di offendere; io invece, ritengo che la libertà comprenda anche la possibilità di esprimere sentimenti negativi, persino di odiare o di offendere qualcuno. Questo non necessariamente limita la libertà altrui: può ferire, urtare, offendere, ma non per questo nega automaticamente i diritti degli altri. Si tratta quindi di una questione molto intricata e complessa. A mio avviso, questi spazi di libertà dovrebbero essere estremamente ampi.


Oggi viviamo in un’epoca in cui, molto spesso, basta pronunciare la parola sbagliata o esprimere un’opinione considerata non sufficientemente corretta per essere esposti a una sorta di gogna mediatica. Secondo lei accade perché siamo diventati più fragili o più ipocriti?
Credo che viviamo in una società sempre più orientata verso il controllo e l’omologazione. In teoria disponiamo di un’ampia libertà di espressione, in pratica, però, esistono forti pressioni culturali e sociali che delimitano ciò che è considerato accettabile. Chi si discosta dal politicamente corretto, dal pensiero dominante, rischia spesso di trovarsi in una posizione minoritaria e di essere oggetto a critiche, isolamento o stigmatizzazione. Per questo molti finiscono per autocensurarsi o per conformarsi alle opinioni più diffuse, anche quando non le condividono pienamente.

Ha nominato il politicamente corretto. Dovremmo considerarlo una forma di educazione o di mediocrità?

Il politicamente corretto ha attraversato diverse fasi. Oggi non è educazione, è codardia. È cercare l’inclusione a ogni costo, ma così facendo si finisce per “castrare” la capacità creativa, l’iniziativa individuale e la diversità. Si vuole un mondo sostanzialmente uguale, ma alla fine si esclude il diverso e si rende tutto tremendamente simile.

Secondo lei il nostro Paese è più cattivo o ignorante?
Non è né cattivo né ignorante. È un Paese come gli altri, dove c’è grande libertà, ma anche ipocrisia e bigottismo.

In diverse occasioni ha sostenuto che il turpiloquio non dovrebbe essere censurato. Attraverso il suo programma non pensa di contribuire a legittimare un certo tipo di linguaggio? Non crede che questo possa avere conseguenze negative?
No. Io non sostengo che il turpiloquio debba essere usato, né che rappresenti un modello da seguire. Semplicemente ritengo sia importante non censurarlo. Paradossalmente mi capita di usare un linguaggio più colorito nei contesti pubblici o mediatici, piuttosto che nella vita privata.
La parolaccia, l’insulto e il turpiloquio fanno parte della storia dell’umanità. Esiste una vasta letteratura che racconta come, dall’antichità fino ai nostri giorni, l’insulto sia stato utilizzato come forma espressiva, satirica, politica e sociale. È un elemento del nostro patrimonio culturale, del linguaggio popolare e della comunicazione quotidiana.
Ognuno è libero di scegliere il registro linguistico che preferisce. Io non incoraggio nessuno a parlare in un certo modo, difendo semplicemente la possibilità di farlo.

Nel suo programma spesso emergono scontri e toni molto accesi e lei stesso si presenta come una persona piuttosto caotica. A suo avviso questa tipologia di format può legittimare l’urlo come strumento vincente?
Davvero no. È una delle tante modalità di espressione che rappresento.  La contrapposizione di idee forti e crudeli, in cui le persone si scontrano vigorosamente, esiste nella società. Io la fotografo e ne sono anche simbolo. Penso che sia un’istigazione al nulla. Anzi, credo sia quasi liberatorio. Se fai scontrare due persone in uno studio televisivo o radiofonico, non istiga nessuno a essere violento. Le reazioni all’ascolto di una trasmissione come la mia possono essere molteplici, ma certamente non hanno come effetto comune quello di spingere qualcuno alla violenza.

Nella sua vita privata urla?
No. Non urlo. Non litigo mai per strada. Non sopporto i suoni troppo alti della voce o della musica, mi infastidiscono gli assembramenti e il rumore.
Una persona racchiude molti aspetti. Mi piace il confronto vivo e feroce delle idee, anche condito da qualche parolaccia, ma allo stesso tempo amo l’isolamento e il silenzio.

Se la Zanzara nascesse oggi, potrebbe essere come è adesso oppure sarebbe irriproducibile?
Non si potrebbe iniziare una cosa del genere oggi perché nessuno te lo consentirebbe.

E lei come riesce a continuare?
Sono diversi i motivi per cui riusciamo a continuare. Tra i quali evidenzierei che siamo in onda da molti anni, nel tempo siamo cambiati e abbiamo un pubblico vasto e fedele. Non avessimo questo seguito, confermato dagli ascolti e dai numeri sulle piattaforme, probabilmente ci avrebbero già chiuso da tempo.
Quando realizzi una trasmissione in cui si parla di sesso, si invitano nazisti, terrapiattisti, sostenitori estremi di Putin e altri personaggi al limite, lo fai per raccontare una parte della società, fare intrattenimento e mostrare ciò che accade negli angoli meno visibili della realtà. Oggi un progetto del genere difficilmente potrebbe nascere da zero. Per poterlo fare devi avere risultati importanti, altrimenti nessuno ti concede quello spazio.
E anche quando gli ascolti ci sono, non esiste alcuna garanzia. Può sempre arrivare il momento in cui non ti permettono più di andare avanti. Oggi persino le piattaforme digitali impongono vincoli significativi: algoritmi e regole stabiliscono cosa può rimanere online e cosa no. Basta una parola fuori posto o un argomento considerato problematico per rischiare limitazioni, penalizzazioni o una riduzione della visibilità.

Ph. Damiano Andreotti

Nel suo programma vediamo spesso personaggi particolari. Le è mai capitato di invitare qualcuno sapendo che avrebbe fatto una figura miserabile?
No. Quello che cerco, prima di tutto, è l’originalità. La cerco in ogni cosa che faccio e, forse proprio per questo, non sono mai completamente soddisfatto. Ho sempre la sensazione che si possa fare di più.
Credo che chi lavora in questo ambiente debba avere una sorta di ossessione per la ricerca del nuovo. È importante non accontentarsi mai, evitare di ripetersi e dedicare più attenzione agli errori che ai successi. Sono gli errori, più dei risultati, a indicarti dove è possibile migliorare.

Quindi lei è un eterno insoddisfatto?
Sì, assolutamente. Sono consapevole di aver realizzato qualcosa che resterà nella storia della comunicazione, non per una mia autovalutazione, ma perché è un dato che viene riconosciuto anche dagli altri. E probabilmente è proprio questa mia eterna insoddisfazione il motore di tutto. Non accontentarsi significa anche interrogarsi su ogni dettaglio, è una rincorsa costante verso un qualcosa di quasi impossibile da raggiungere.

Quando parliamo di insoddisfazione, qual è l’errore che si rimprovera più spesso dopo una puntata?
Sono molte le cose. A volte penso che avrei potuto mettere maggiormente in contrapposizione due ospiti, altre che avrei dovuto dire una determinata cosa e me la sono lasciata sfuggire. Oppure che un passaggio avrebbe potuto essere gestito meglio, o ancora che una parte della trasmissione avrebbe richiesto una struttura diversa. È una ricerca continua di un cento per cento che so già di non poter raggiungere. E forse è anche giusto così. 

E il suo fallimento più grande?
Il grande fallimento deve ancora arrivare. C’è chi sostiene che sarebbe meglio allontanarsi quando si raggiunge l’apice, ma è una teoria che tutti condividono e quasi nessuno mette in pratica.  Per me, in realtà, il fallimento è quotidiano: è fatto dei piccoli scarti di ogni giorno, delle cose che non riescono come avrei voluto, dei dettagli che avrebbero potuto funzionare meglio. Il grande fallimento, quello definitivo però, non è ancora arrivato.
Molti hanno considerato un fallimento la chiusura di Radio Belva, in tivù, a Mediaset, dopo una sola puntata. Io, al contrario, l’ho vissuta come una liberazione. Il mondo televisivo non era pronto a sostenere una trasmissione con quel linguaggio. 

Ma è un trionfo visto col senno di poi?
All’epoca lo vissi come una liberazione. Evidentemente non era il momento giusto. Non eravamo pronti a sostenere una trasmissione televisiva quotidiana costruita con quel linguaggio. Oggi probabilmente una chiusura del genere mi peserebbe di più, perché ho una notorietà diversa. In quel periodo invece non l’ho vissuta come una sconfitta, anzi fu proprio fonte di ispirazione.

Il suo nome è inevitabilmente associato al suo programma. Ma senza la Zanzara, chi è?
Negli ultimi tre anni ho cercato, senza un piano preciso, ma in modo del tutto naturale, di distaccare la mia immagine da quella esclusivamente legata al programma. Ho portato a teatro dei monologhi e ho realizzato due tournée importanti in giro per l’Italia.
Ho provato a raccontare il punto di vista di molte persone che non ne potevano più del politicamente corretto, della cultura woke, della cultura gender e di ciò che percepiscono come un monopolio della comunicazione da parte di determinati ambienti culturali. Penso di aver dato voce a una parte del Paese che non si sentiva rappresentata dalla comunicazione tradizionale.

Proprio per queste idee spesso viene associato alla destra. Le crea disagio?
No. Ritengo che oggi nell’area della destra ci sia spesso più libertà di discussione rispetto ad altri ambienti. In generale, però, non sopporto la tendenza ad attaccare etichette alle persone. Non mi sono mai identificato completamente in una singola area politica. Su alcuni temi posso avere posizioni più vicine al centrodestra, come sull’immigrazione; su altri, invece, mi sento più vicino a sensibilità tipiche della sinistra, ad esempio su droghe, prostituzione, matrimonio tra persone dello stesso sesso o adozioni da parte di coppie omosessuali. Le persone sono formate da molte sfaccettature, possono cambiare idea e anche orientamento di voto nel corso della vita. Io non appartengo a nessuna cordata e non faccio da portavoce per nessuno.

Cosa pensa del “trash” e del suo successo? Crede che il pubblico vi si immedesimi?
In realtà non saprei nemmeno definire con precisione cosa sia il “trash”. Non mi sottraggo però all’idea di farne parte. Credo che funzioni quando viene raccontato da persone che non sono completamente immerse in quel mondo. Deve esserci sempre un significato, qualcosa che vada oltre la superficie. Dietro un personaggio apparentemente ridicolo o una situazione estrema dovrebbe esserci una storia, una riflessione, un elemento che racconti qualcosa della società. Altrimenti resta soltanto un’esibizione fine a se stessa.

Quindi pensa che il successo di certi programmi dipenda dal fatto che, in fondo, raccontano qualcosa di vero?
Sì, ma non parlerei necessariamente di una morale. Ogni programma è diverso. Penso a Ciao Darwin: c’è moltissimo “trash”, ma viene gestito da persone assolutamente lontane dal “trash”. La contrapposizione tra mondi diversi, tra persone con valori e stili di vita opposti, finisce per raccontare comunque qualcosa della società. Anche quando ho raccontato il mondo della prostituzione online, non mi interessava l’aspetto scandalistico. Mi interessava capire perché una persona decidesse di usare il proprio corpo per guadagnare di più, per migliorare la propria vita o per ottenere maggiore autonomia economica. Dietro c’è sempre un tema più ampio: la libertà individuale, il rapporto con il corpo, il lavoro, il denaro e l’autodeterminazione.

Ph. Damiano Andreotti

Come descriverebbe la sua morale?
La mia morale è: essere intellettualmente onesto e rispettare le regole fondamentali della convivenza.
Molte persone sono convinte di conoscermi e spesso mi affibbiano etichette come quella di antiambientalista, ma in realtà proprio perché rispetto le regole, sono estremamente attento. Mi lavo anche poco…

È una battuta che ripete spesso. La diverte raccontarlo?
Non è che mi diverta, è semplicemente la realtà. Non amo particolarmente stare sotto l’acqua. Quando va bene, mi faccio due docce a settimana. Mi piace l’odore del sudore, mi piace l’odore naturale della pelle.

Con la notorietà che rapporto ha?
Un rapporto laico. Mi fermano moltissime persone per strada e non mi sottraggo quasi mai. Molti personaggi si infastidiscono per questa cosa, ma io penso che il nostro successo derivi proprio dalle persone che ci seguono. Se qualcuno desidera una foto, cerco di concedergliela anche quando non ne ho voglia. È un piccolo debito che abbiamo nei confronti del pubblico. Gran parte di ciò che guadagni e della tua popolarità deriva proprio da quelle persone, bisogna rispettarle ed essere grati.

In un mondo in cui è amato e odiato, come gestisce l’odio?
Molto semplicemente: non leggo i commenti. Non guardo praticamente mai i commenti sui social. Forse i primi tre o quattro, poi basta. Non sopporto quelli che costruiscono la propria identità sul vittimismo social, quelli che passano il tempo a raccontare quanto vengono insultati. Io so già quali saranno le critiche. Non ho bisogno di leggerle una per una.

La ferisce essere criticato?
No. Lo considero salutare. Mi nutro di idee in contrapposizione. Ho passato anni a confrontarmi con ambientalisti, attivisti e persone che avevano posizioni completamente opposte alle mie. Questo tipo di conflitto mi interessa. Fa parte del dibattito pubblico. Il commento anonimo sui social è completamente diverso. Quello mi annoia. Dopo pochi messaggi tutti uguali smetto di leggere.

La definiscono spesso come un provocatore. Si riconosce in questa etichetta?
No, non mi sono mai piaciute le etichette, tantomeno quella di provocatore. Mi sembra una semplificazione eccessiva. Capisco che nella comunicazione ci sia sempre la tendenza a ridurre una persona a una parola, ma non credo di aver mai detto o fatto qualcosa con il solo scopo di provocare una reazione. Ho sempre espresso ciò che pensavo. Certo, l’ho fatto con un linguaggio particolare e con modalità che possono risultare forti, ma non ho mai costruito delle provocazioni fini a sé stesse.

E invece quale è il tabù che resiste ancora nella nostra società?
Sicuramente la vita sessuale delle persone continua a essere un tabù. Nello specifico direi che il principale resta il tradimento. È sorprendente come continui a rappresentare un filo conduttore che attraversa il gossip, la televisione, il web e gran parte dell’intrattenimento. Ancora oggi viene vissuto come qualcosa di fortemente scandaloso. Non più con la stessa rigidità di cinquant’anni fa, certo, ma rimane uno dei grandi tabù della nostra società.
Accanto al tradimento c’è il tema del possesso e della gelosia. Molte persone continuano a ritenere che il corpo della persona amata, in qualche modo, appartenga a loro. Io mi sono allontanato da questa visione da tempo. Non pretendo che gli altri compiano lo stesso percorso, ma per me resta uno dei nodi ancora irrisolti della società contemporanea.

Lei non è geloso?
Ho smesso di esserlo da molto tempo. Però bisogna fare una distinzione: posso essere geloso dei sentimenti, ma non dei corpi. Mi farebbe molto più male sentirmi dire da una persona: “Non ti amo più”, piuttosto che scoprire che è stata con qualcun altro. L’idea che una persona possa desiderare altri corpi o vivere altre esperienze mi sembra qualcosa di naturale. Per me, ciò che conta davvero è il legame affettivo. Sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e conservatrice in cui certi modelli erano considerati scontati. Eppure, nel tempo, ho sviluppato una visione diversa. Non saprei spiegare esattamente perché. Forse è semplicemente una questione di carattere.

E lei che legame ha con il suo corpo?
Ho un legame quasi ossessivo con la forma fisica. Sono molto attento alla magrezza, all’idea di mantenere un fisico asciutto. Ci sono periodi in cui non bevo alcolici per mesi. Cerco di alimentarmi con attenzione, soprattutto la sera. Non peso gli alimenti e non seguo regimi rigidi, ma esercito comunque un controllo costante su ciò che mangio. Mi guardo spesso allo specchio per assicurarmi che non ci siano stati cambiamenti. Basta un chilo in più o una piccola variazione del fisico perché me ne accorga immediatamente.
Io ho due ossessioni, da una parte il corpo e il timore di ingrassare, dall’altra il lavoro.  Non riesco a immaginare una giornata senza pensare a qualcosa di nuovo, senza progettare una trasmissione, un’iniziativa o un’idea da sviluppare. Da questo punto di vista faccio molta fatica a fermarmi. Dormo molto poco. Quattro o cinque ore a notte…

Tornando alla domanda iniziale, la libertà assoluta esiste o è solo un’idea romantica?
La libertà assoluta non esiste, perché, inevitabilmente, alcuni limiti sono necessari. Senza di essi, la libertà stessa perderebbe di significato. I confini, infatti, non sono solo ostacoli, spesso rappresentano uno stimolo alla creatività. Sapere che esistono dei paletti ti spinge a trovare modi intelligenti per aggirarli, superarli o individuare nuove forme di espressione e di comunicazione.
Naturalmente i limiti non devono essere eccessivi, ma in qualche misura esisteranno sempre. Possono essere imposti dagli editori, dalla società, dalle persone che ci circondano o dalla nostra stessa coscienza. Quando ci sono, la vera sfida è confrontarsi con essi e trasformarli in un’occasione per trovare strade nuove.


Ottobre 2026 - Autore: Alessandra Pellegrino | Edizione: Issue 30 – LA GUERRA DEI MONDI

Alessandra Pellegrino

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Giornalista contemporanea, creativa e attenta ai dettagli. Parla di economia e finanza su Class CNBC, ma ama perdersi tra paesaggi e arte. Romana di nascita, adottata da Milano, vive la vita metropolitana con l’obiettivo di raccontarla e di rendere, anche se per poco, l’inaccessibile, accessibile a chiunque la legga. La passione per il giornalismo nasce dalla voglia di capire e soprattutto di raccontare il mondo. Dall’urgenza di trasformare le parole in un ponte tra la realtà e le coscienze. È il master della Iulm a sancire l’inizio del suo percorso che la porterà, subito dopo, a ottenere il titolo di professionista. Scrive su Genius, perché come diceva il maestro Valentino: “Raccontare la bellezza è un atto di speranza”.

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