Endless: Layer By Layer

Londra, la strada, i brand. Endless prende le immagini che ci passano sotto gli occhi ogni giorno e le trasforma in qualcosa che costringe a guardarle di nuovo. Da Liberty agli Uffizi, passando per Fiorucci e Karl Lagerfeld, il suo lavoro ha attraversato mondi diversi senza perdere il legame con la strada. Con Endless x London, quattro anni di lavoro raccolti in una mostra, torna alla città da cui tutto è partito. E lo fa senza nostalgia né giudizi, con la curiosità di chi sa che basta cambiare prospettiva per vedere le cose in modo diverso. Anche quelle che credevamo di conoscere già.

Ph. Noel Shelley

Endless ha un nome che sembra già una dichiarazione di intenti: qualcosa che non finisce, che continua a trasformarsi, a stratificarsi, a cercare una forma successiva. È un artista londinese che dalla strada è arrivato alle gallerie, ma senza mai abbandonarla davvero, la strada: dopo sei anni di studi alla Cambridge School of Art, dove si è specializzato in Fine Art e screen printing, Endless ha cominciato a usare Londra come una tela, costruendo un linguaggio che prende in prestito la grammatica della pubblicità, della moda, dei loghi e della cultura pop per raccontare la società che li ha prodotti.
Il suo mondo è fatto di contrasti: oro e cemento, superfici lucide e texture consumate, lusso e strada, icone e anonimato. Ma più che dare una risposta, Endless sembra interessato a fermare lo sguardo su ciò che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, prendendo immagini, simboli e frammenti della cultura contemporanea e ricomponendoli, cambiando il contesto e quindi anche il significato. 
È un lavoro che nasce dall’osservazione e che lascia allo spettatore la libertà di decidere cosa leggere dentro quelle immagini, senza suggerire necessariamente una direzione univoca, e forse è anche per questo che il suo percorso è riuscito a stare in luoghi apparentemente lontanissimi tra loro: dalle strade di Londra alla vetrina di Liberty, da Fiorucci a Karl Lagerfeld, fino agli Uffizi, dove nel 2021 il suo autoritratto con Gilbert & George è entrato nella collezione del museo, segnando l’ingresso della street art nelle collezioni delle Gallerie. E poi l’Italia, che nel suo percorso non è stata una parentesi: dalle opere realizzate a Cortina d’Ampezzo alla Biennale di Venezia, fino al rapporto con Cris Contini Contemporary, che rappresenta Endless e ha accompagnato la sua presenza sempre più importante nel nostro Paese.
In Endless x London, la mostra che ha raccolto quattro anni di lavoro, torna invece al punto di partenza: Londra. Non la Londra da cartolina, ma quella che l’artista ha osservato per un decennio, con tutta la sua energia e le sue contraddizioni. Una città in cui lusso e marginalità convivono a pochi metri di distanza, dove la pubblicità si mescola alla ruvidità della strada e dove, come racconta Endless, basta camminare guardando davvero per trovare qualcosa che possa cambiare il modo in cui vediamo il mondo.
È di questo che abbiamo parlato: di come nasce un’opera e di quanto, una volta iniziata, possa prendere una direzione propria; di Londra e del rapporto con l’Italia; del confine tra osservazione e provocazione. E anche di una parola che, alla fine, sembra riassumere meglio di tutte il suo modo di intendere l’arte: interesting. Non necessariamente bella, non necessariamente brutta, non necessariamente qualcosa da amare o da odiare. Interessante. Perché forse, in un mondo in cui abbiamo già visto praticamente tutto, riuscire a farci guardare qualcosa un secondo più a lungo è già una forma di provocazione.

Quando ti metti al lavoro, sai già esattamente dove vuoi arrivare oppure lasci che sia l’opera a guidarti?
Tutto ha inizio da un’idea. Poi passo al computer e comincio a svilupparla, quindi da un pensiero si passa a un progetto e da lì al lavoro fisico. A volte lo proietto, altre volte seguo il disegno digitale, oppure traccio semplicemente una linea. Poi, quando quando passo alla realizzazione fisica, l’opera prende una forma propria. Quindi so quello che sto facendo, ma una volta iniziato il processo creativo può comunque prendere una direzione diversa.

Ed è quello che è successo anche con la tua ultima mostra, Endless x London?
Tutte queste opere sono nate in modo simile. Sono nate da un pensiero, da un’idea, che poi ho sviluppato digitalmente prima di iniziare il lavoro fisico, per così dire. Quando comincio, il lavoro prende una forma propria.

Hai lavorato a queste opere per quattro anni. Quando hai capito che la mostra aveva finalmente trovato una sua forma definitiva?
Lavoravo in parallelo anche ad altri pezzi, quindi tutte queste opere si sono sviluppate sullo sfondo. Non ho avuto fretta: ci sono voluti quattro anni per completare l’intero corpus di lavori e, quando finalmente l’ho guardato nel suo insieme, ho capito che tutto aveva un senso. Così ho organizzato lo spazio della mostra cercando di fare in modo che la storia che volevo raccontare si sviluppasse naturalmente, con solo qualche piccolo suggerimento.

Puoi raccontarmi qualcosa in più di questa storia che volevi raccontare attraverso la mostra?
Questi lavori partono da molti dei miei lavori precedenti e si rifanno all’iconografia che viene dal mondo della pubblicità. Ma volevo anche raccontare ciò che vedo per le strade di Londra. Quindi non si tratta soltanto di pubblicità, ma più del modo in cui vedo la città e dell’energia, delle sensazioni che mi trasmette. Volevo dare allo spettatore la sensazione di camminare per le strade di Londra.

Ph. Noel Shelley

Quando ho visto Endless x London, ho avuto l’impressione che stessi raccontando anche una città divisa tra chi può permettersi quasi tutto e chi rimane ai margini. Una città, e uno scenario, fatti di contrasti. Ti ritrovi in questa lettura?
Gran parte del mio lavoro nasce dai contrasti, dal lusso, dalla crudezza, dalla durezza della strada. E penso che questi contrasti possano raccontare molte storie diverse. Ognuno può leggere nelle mie opere ciò che vuole. Posso usare elementi come superfici lucide, foglia d’oro, lusso o pubblicità e poi metterli in contrasto con le texture più grezze che trovi per strada e con altri elementi di questo tipo. In un certo senso racconto la storia dell’umanità attraverso le strade.

Dopo aver osservato Londra e le sue strade per così tanti anni, che rapporto hai oggi con la capitale inglese?
Dico sempre che Londra ha una sua energia, come del resto ogni altra città. Londra però racchiude tutti i contrasti dell’umanità: il bene, il male, tutto ciò che è umano. Penso che sia proprio questo a renderla così interessante: cambia continuamente. Anche quando hai una brutta giornata, puoi uscire per strada e trovare qualcosa che ti ispira. Puoi vedere qualcosa di positivo, qualcosa di negativo. C’è tutto.

Se questa mostra fosse il tuo modo di salutare la Londra degli ultimi dieci anni, la considereresti una dichiarazione d’amore o una resa dei conti?
Potrebbe essere una dichiarazione d’amore, sì. Ma è qualcosa di più neutrale. È più come dire: “Questo è quello che ho visto. Questa è l’energia che ho sentito”. Quindi non si tratta di amore o odio; non è una cosa sola. È tutto.

Cambiando Paese, hai sviluppato un rapporto sempre più stretto con l’Italia. Cosa trovi qui che non trovi a Londra?
È iniziato attraverso la Galleria. Ho iniziato a lavorare con Cris Contini Contemporary, che mi ha portato in Italia e ha presentato il mio lavoro ai suoi collezionisti. Da allora ho viaggiato molto per il paese e ho la sensazione che qui ci sia un maggiore apprezzamento per l’arte: per l’arte contemporanea, quella storica, e l’arte in generale. C’è una vera passione e un atteggiamento molto positivo nei suoi confronti.

Avere il tuo autoritratto con Gilbert & George agli Uffizi è stato un momento importante della tua carriera. Ripensandoci, cosa si prova?
Credo sia stato un momento storico, perché era la prima volta che un’opera di street art entrava agli Uffizi. Ovviamente è stato surreale. Vivi questi momenti e poi diventano parte della tua storia. Quell’opera ora fa parte di quella collezione e nessuno potrà mai portarmi via questo momento.

Se dovessi raccontare l’Italia attraverso una sola immagine, senza scegliere un monumento o una cartolina, quale sceglieresti?
Quando penso all’Italia, la associo sempre al cibo e al vino, al sedersi fuori a tavola per cinque ore a pranzo. Penso che il cibo e il vino rappresentino bene l’energia delle persone in Italia. Uniscono le persone.

Ma tornando al tuo lavoro, oggi le celebrity sono brand a tutti gli effetti, mentre agli artisti viene chiesto sempre più spesso di diventare a loro volta dei brand. Pensi che un artista possa ancora esistere al di fuori di questa logica? E quando la di firma un artista diventa un brand?
Siamo nell’era del personal brand e i social media hanno amplificato questo fenomeno. Credo che gli artisti fossero già avanti rispetto a questo concetto, perché le persone hanno sempre voluto sapere chi ci fosse dietro un’opera perché può essere un modo per scoprirne una dimensione più profonda. Penso che oggi tutti gli artisti possano essere percepiti come un brand, e questo aiuta il pubblico a capire chi è l’artista: nel bene e nel male, è quello che sta succedendo.

In effetti lavori da anni sull’idea del “brand worship”. Se i brand sono la nostra nuova religione, cosa pensi che cerchiamo davvero quando li veneriamo: status, appartenenza, bellezza, identità o qualcos’altro?
Cerchiamo tutte le cose che hai menzionato, ma anche un senso di sicurezza e di appartenenza. Le persone cercano anche quella rapida scarica di dopamina che può arrivare dal senso di importanza che un brand riesce a ricreare. Spesso compri una sensazione prima ancora di comprare il prodotto fisico.

Critichi la cultura del consumo, ma allo stesso tempo realizzi oggetti che le persone vogliono possedere e collezionare. Questa contraddizione ti pesa mai?
Il mio lavoro non critica mai; ricostruisce ciò che vedo. Ci sono molti significati nascosti nelle mie opere, ma non dico mai allo spettatore cosa deve pensare. Il modo in cui il lavoro viene percepito dipende, alla fine, dalla singola persona.

Perché hai scelto una bottiglia di Chanel N°5 come punto di partenza per CHAPEL? Cosa c’era in quell’immagine che te la faceva percepire quasi come qualcosa di religioso?
L’idea era cambiare una sola lettera e darle così un nuovo significato. Veneriamo i brand come una religione e i negozi diventano i nostri templi. Chanel N°5 è uno degli oggetti più iconici del mondo del consumismo e della pubblicità, quindi l’idea mi è venuta quasi naturalmente.

Hai recentemente scritto del rapporto tra branding, celebrity culture e mondo della fine art. Cosa pensi che il mondo dell’arte abbia imparato dal branding e cosa pensi che invece abbia perso lungo la strada?
Penso che il mondo dell’arte abbia imparato ad adattarsi a ciò che lo circonda e a presentare artisti e opere in modi che risultino più facili da comprendere per il pubblico.

Dopo anni passati a esplorare questi temi, c’è qualcosa che tu personalmente veneri?
Venero le mie idee ogni giorno e cerco di rimanere fedele a loro, continuando a spingermi avanti. Creare arte ti insegna qualcosa ogni volta che realizzi un nuovo lavoro.

Ph. Danilo Falà

Da artista, senti di avere una responsabilità nei confronti dei tempi in cui viviamo? Oppure l’arte non dovrebbe necessariamente dare risposte o prendere posizione?
Penso che l’arte debba porre domande, più che dare risposte. Le risposte possono arrivare dalle persone che la osservano, che possono costruire le proprie interpretazioni. Io cerco di fare in modo che la mia arte ponga delle domande, anziché dire alle persone cosa pensare.

E quanto deve essere scomoda l’arte? È ancora possibile provocare davvero, in un mondo in cui siamo continuamente bombardati da immagini estreme?
Oggi siamo completamente sommersi dalle immagini. Ma quando porti l’arte all’interno di una galleria, fai sì che le persone guardino e riflettano in modo diverso. Nella vita quotidiana non ci fermiamo a pensare alle cose e l’arte può creare quello spazio.

Dopo dieci anni, c’è ancora qualcosa che senti di voler dimostrare, a qualcuno o soprattutto a te stesso?
Voglio sempre realizzare la prossima idea e spingermi sempre più avanti con il mio lavoro. Magari vorrei dedicare più tempo alle cose, esplorarle più a fondo. Ho sempre nuove idee, quindi guardo continuamente a ciò che verrà dopo.

E parlando proprio di nuove idee, a cosa stai pensando per il futuro? Cosa dobbiamo aspettarci?
Tutto il mio lavoro, quando ero più giovane, era basato sugli strati, quasi come un collage. Ma nei miei lavori più recenti sto portando questa idea nella terza dimensione. Uso legno trovato per strada e ci metto sopra della resina, facendo emergere quelle immagini dalla tela. Sto quindi sperimentando il modo in cui stratifico il lavoro. Penso che tutto sia un esperimento. Più fai, più alcune cose vanno bene e altre vanno male, e tu continui a lavorarci sopra e ad andare avanti. Non finisce mai davvero. Puoi continuare a sperimentare fino a quando muori.

Anche sul tuo Instagram hai detto che bisognerebbe vedere la tua ultima mostra dal vivo, perché guardarla su uno schermo non ti permette di cogliere appieno l’esperienza.
L’ho sempre pensato, ma questo lavoro in particolare è difficile da vivere attraverso uno schermo perché non puoi vedere le texture, gli elementi tridimensionali o le diverse angolazioni che esistono all’interno di un singolo dipinto. Penso che molte persone guardino le cose su uno schermo e che, anche quando visitano una mostra, a volte si limitino semplicemente a guardare l’opera. Ma se riesci a far vedere loro qualcosa in un modo diverso, allora l’opera acquista più importanza.

Cosa vorresti trasmettere ai giovani e giovanissimi di oggi attraverso le tue opere: una domanda, un senso di disagio, un’idea o semplicemente la voglia di guardare il mondo con più attenzione?
Ho sempre voluto che il mio lavoro portasse le persone a vedere in modo nuovo il mondo in cui vivono, a notare i dettagli e ad apprezzare più cose. Anche quando cammini per strada, c’è tantissimo da guardare che la maggior parte delle persone non nota: la parte alta degli edifici, le texture dei muri, tutto. Ma alla fine voglio che le persone trovino il mio lavoro interessante. Non voglio necessariamente che piaccia o non piaccia. Preferirei che dicessero: “È interessante”. Penso che dovremmo creare lavori che siano interessanti, piuttosto che semplicemente belli o brutti.

Ascolti musica mentre lavori?
In questo periodo ascolto molti podcast. Sono da solo ogni giorno e non posso parlare con nessuno. Quindi a volte ho bisogno di sentire una voce umana. A volte sono podcast di storia dell’arte, altre volte podcast drammatici, comici o semplicemente persone che parlano. Può essere qualsiasi cosa.

Quindi ti fai guidare dall’ispirazione di quel giorno.
Sì. E mi piace imparare qualcosa da qualcun altro anche mentre lavoro. Penso sia una cosa molto piacevole.

E per finire, qual è l’unica cosa senza la quale non riusciresti mai a immaginare la tua vita?
La creatività, in qualsiasi forma. Sento continuamente il bisogno di creare e dare vita alle mie idee — ed è proprio questo sentimento a essere Endless.

Ottobre 2026 - Autore: Carolina Genna | Edizione: Issue 30 - LA GUERRA DEI MONDI
Carolina Genna

About Author /

Carolina Genna, classe '91, giornalista, vicedirettrice e caporedattrice di Genius People Magazine. Triestina di origine, torinese per formazione, è laureata in Discipline della Musica, dell'Arte e dello Spettacolo e ha conseguito un Master in Progettazione di Eventi Turistici e Culturali. Da oltre sei anni attraversa il mondo Genius inseguendo idee, persone e storie che meritano di essere raccontate. Donna, madre, profana: il cinema è stato il suo primo linguaggio, ma le parole restano la sua forma preferita di resistenza.

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