Morgana Orsetta Ghini: l’artista che dalla vulva è arrivata alla Madre Terra

Ci sono artisti che rappresentano il mondo e altri che provano, con ostinazione, a cambiarne lo sguardo. Morgana Orsetta Ghini appartiene alla seconda categoria. Da oltre vent’anni mette al centro della propria ricerca la vulva, prendendo uno dei più antichi tabù della nostra cultura e trasformandolo in un simbolo di origine, identità e libertà. Oggi, insieme al Collettivo OPificaa, quella stessa ricerca è uscita dal corpo per attraversare il paesaggio, il suono, la natura e la relazione con gli altri, fino ad arrivare ai ghiacciai e alla crisi climatica. Perché, a quanto pare, il corpo del mondo e il nostro hanno più cose in comune di quanto siamo disposti ad ammettere. Con lei abbiamo parlato di erotismo e sacro, desiderio femminile, arte, natura e di tutte quelle cose che continuiamo a considerare troppo scomode per guardarle davvero


The power of Nature, marmo Trambiserra 280x140x110 cm 2014 © Nicola Gnesi

Le tue opere parlano di sesso femminile, ma non hanno nulla di pornografico. Dove pensi che finisca l’erotismo e cominci il sacro? O forse le due cose non sono mai state davvero separate?
Credo che la separazione tra erotico e sacro sia una costruzione culturale relativamente recente. In molte civiltà antiche la fertilità, il desiderio e la sessualità erano manifestazioni del divino, non qualcosa da nascondere. È stato soprattutto il nostro sguardo ipocrita a dividere questi ambiti, trasformando ciò che genera la vita in qualcosa di cui provare a volte imbarazzo, desiderio represso, pornografia ma quasi mai cura.
Nel mio lavoro non cerco né l’erotismo né il sacro come categorie. Cerco l’origine. La vulva è prima di tutto una soglia: il luogo attraverso cui ogni essere umano entra nel mondo. Se poi qualcuno vi legge una dimensione erotica o spirituale, credo che entrambe appartengano alla stessa esperienza della vita e non siano necessariamente in contraddizione.

Per secoli la vulva è stata nascosta, censurata o raccontata quasi esclusivamente dallo sguardo maschile. Tu hai deciso di metterla al centro della tua ricerca artistica, ma lavorare sul corpo femminile significa inevitabilmente confrontarsi anche con la politica, la religione e la cultura. Ti sei mai sentita intrappolata in un dibattito che non era il tuo? 
Non mi sono mai sentita intrappolata in nessun tipo di dibattito, purché libero da scopi di pura propaganda. Non ho iniziato a lavorare sul simbolo della vulva per sostenere una tesi. L’ho fatto perché quella forma, attraverso il disegno prima e la scultura poi, è diventata il mio linguaggio. Naturalmente, quando si lavora sul corpo delle donne, la politica entra inevitabilmente nell’opera. Non a caso tra le fonti ispiratrici del mio lavoro ci sono artiste come Gina Pane, Judy Chicago, Orlan, Valie Export.

Hai mai avuto paura che il simbolo che hai scelto/ti ha scelto finisse per oscurare il resto della tua ricerca artistica? 
In realtà nel simbolo delle mie opere c’è la ricerca stessa. Il fatto che alcune persone volessero vedere soltanto la forma e non tutto ciò che il simbolo di quella forma cercasse di contenere non ha bloccato il mio processo di espressione, anzi lo ha stimolato.

Human Forest, ex Casello ferroviario di Burgio, Ag 2025 © Nicola Gnesi

Le tue opere chiedono di essere osservate o di essere comprese?
Vorrei che prima di tutto possano essere toccate e attraversate in relazione alle dimensioni e ai materiali utilizzati e, come nel caso dei gioielli, di essere indossate. Esse sono in sostanza un Manifesto.
Non penso che un’opera debba essere interpretata nello stesso modo da chiunque. Mi interessa molto di più che lasci una traccia, una domanda, un’immagine che continui a lavorare nel tempo. Alcune persone colgono subito il riferimento alla vulva e all’emisfero femminile, altre vedono un paesaggio, un seme, una ferita, un’architettura. Tutte queste letture possono convivere. L’opera non è un rebus da risolvere, ma uno spazio in cui fare esperienza.

E quando una persona si ferma davanti a una tua opera e prova disagio, pensi che stia guardando davvero il tuo lavoro o piuttosto la propria educazione? 
Probabilmente entrambe le cose e sicuramente molte di più. Nessuno guarda un’opera in modo neutrale. Guardiamo sempre anche attraverso la nostra storia, l’educazione ricevuta, le paure, i desideri e i pregiudizi che ci abitano. Quando il mio lavoro genera disagio, non lo considero un problema. È spesso uno dei momenti in cui l’opera inizia a dialogare con chi la osserva. Quel disagio racconta qualcosa dell’immagine che ha davanti, ma racconta anche qualcosa di sé.

La tua arte parla di nascita, ma anche di libertà. Esiste un legame tra il modo in cui una società guarda il sesso femminile e il modo in cui guarda le donne? 
Se capisco bene il legame a cui fai riferimento, quello che noto è il pregiudizio con cui frequentemente la società guarda all’universo femminile. Il modo in cui una cultura rappresenta il corpo femminile rivela molto del rapporto che ha con l’autonomia, con il desiderio, con il potere e con la cura. Quando una parte del corpo viene trasformata in tabù, spesso non è soltanto quella parte a voler essere controllata, volendo in realtà controllare anche la libertà di chi quel corpo lo abita. Per questo continuo a lavorare sul simbolo della vulva: non solo per provocare, ma per affermare il valore che appartiene all’universo femminile.

C’è una differenza tra ciò che volevi raccontare vent’anni fa e ciò che senti di raccontare oggi, oppure il messaggio è rimasto lo stesso e sei cambiata tu?
Credo che sia cambiata soprattutto la mia capacità di ascoltare. All’inizio lavoravo in modo molto intuitivo. Oggi riconosco che quel percorso conteneva già molti dei temi che continuo a esplorare: la nascita, la vulnerabilità, la violenza, la trasformazione, la relazione tra corpo e mondo. Negli ultimi anni il mio sguardo si è allargato. Dal corpo della donna sono arrivata al corpo della Madre Terra e degli elementi che la compongono. Mi sono resa conto che le stesse dinamiche di cura, sfruttamento e fragilità attraversano tanto gli esseri umani quanto gli ecosistemi.

Qual è l’opera a cui in questo momento ti senti più legata?
Oggi direi UUUUDUM, opera concepita e sviluppata con il Collettivo OPificaa, che più di ogni altra continua a sorprendermi. Non la vivo come una opera conclusa, ma come un processo in continua trasformazione. È nata tra i ghiacciai del Presena interrogandosi sulla memoria dell’acqua e sul cambiamento climatico, ma negli anni è cresciuta grazie all’incontro con ricercatori, musicisti, educatori, comunità, scuole e bambini.
I laboratori sono forse la parte a cui sono più affezionata. Vedere i bambini modellare la creta, costruire insieme frammenti dell’opera, registrare le loro voci, immaginare il futuro attraverso un Manifesto Poetico significa assistere a qualcosa che va oltre la realizzazione di una scultura. L’opera diventa un luogo di ascolto, di relazione e di consapevolezza condivisa.
Credo che UUUUDUM mi rappresenti oggi perché prova a generare dialogo tra arte e natura, tra intuizione e ricerca, tra gesto individuale e costruzione collettiva. Mi ha insegnato che un’opera non finisce quando l’artista posa gli strumenti, ma continua a trasformarsi ogni volta che qualcuno la attraversa, la abita o contribuisce a darle una nuova voce.

C’è un materiale che ti somiglia più degli altri? Marmo, bronzo, ferro, tessuto… O sono semplicemente strumenti per raccontare la stessa idea?
Ogni materiale mi stimola a pensare in modo diverso. Non credo che uno mi rappresenti più degli altri. Mi interessa lasciare che sia ogni idea a trovare il materiale capace di darle la voce più adatta.

La Vita, marmo bianco 250x200x30 cm 2009 © MOG

Che cosa ti piacerebbe che una bambina di dieci anni provasse osservando una tua scultura? E che cosa, invece, un uomo di settant’anni? 
Mi piacerebbe che entrambi provassero la stessa cosa: curiosità.

C’è una parte del sesso femminile che, secondo te, nemmeno l’arte è ancora riuscita a raccontare?
Forse la sua normalità. Per secoli il corpo femminile è stato idealizzato, censurato, medicalizzato o erotizzato. Più raramente è stato raccontato come un luogo semplicemente umano, quotidiano, complesso e mutevole. Credo che ci sia ancora molto da fare perché il corpo e la mente delle donne smettano di essere incompresi e rivelino spontaneamente il valore che ricopre nell’esperienza umana universale.

E se tu dovessi scolpire il desiderio femminile, avrebbe ancora la forma di una vagina?
Credo che il desiderio femminile possa essere interpretato più che definito. La vagina è per me la forma dell’origine, della nascita e della soglia. Il desiderio, invece, mi ispira il movimento, qualcosa che cambia continuamente direzione, che sfugge alle definizioni. Forse oggi lo immaginerei come una corrente, una tensione, un paesaggio in trasformazione più che come un’anatomia.

Origini, vasi in ceramica bianca 2024 © Nicola Gnesi

Nei progetti del Collettivo OPificaa il tuo lavoro dialoga con il suono, il paesaggio, la tecnologia e la partecipazione del pubblico. Che cosa hai scoperto della tua arte quando ha smesso di esistere da sola?
Ho scoperto che un’opera può continuare a evolvere in modi inaspettati. L’incontro con musicisti, architetti, ricercatori, educatori e con il pubblico mi ha mostrato che il significato di un lavoro non appartiene mai completamente a chi lo realizza. Esiste uno spazio collettivo in cui ogni persona aggiunge una parte della propria esperienza. Questo non indebolisce l’identità dell’opera. La rende viva.

Con UUUUDUM chiedete al pubblico di partecipare, non semplicemente di osservare. Pensi che oggi l’arte debba smettere di essere contemplata e diventare un’esperienza condivisa?
Non credo che l’arte debba smettere di essere contemplata. Esistono opere che rispondono al nostro bisogno di silenzio, spazio, e tempo lento di osservazione. Con UUUUDUM ho intuito che la contemplazione potesse generare un’azione. Quando si affrontano temi come il cambiamento climatico e le diseguaglianze sociali, non si può chiedere al pubblico di restare semplicemente spettatore. Era necessario creare uno spazio in cui le persone potessero lasciare una traccia, condividere un’esperienza, contribuire alla costruzione dell’opera. 
Per me i laboratori con i bambini rappresentano il cuore di questo processo. L’opera continua a trasformarsi grazie alle relazioni che genera, e ogni comunità che la attraversa le lascia qualcosa che prima non esisteva. Forse è questo che oggi mi interessa di più: non sostituire la contemplazione con la partecipazione, ma costruire opere capaci di accogliere entrambe. Un’opera può essere guardata, abitata, ascoltata, attraversata. Può diventare un luogo di incontro. E credo che, in un tempo in cui siamo sempre più distanti gli uni dagli altri e dalla natura, anche questa sia una forma di esperimento culturale.

In un periodo storico segnato dalla crisi climatica e da una crescente distanza tra l’essere umano e la natura, che responsabilità senti abbia un’artista?
Credo che un’artista abbia innanzitutto la possibilità di affinare lo sguardo. Spesso non abbiamo modo di rispondere agli effetti negativi che la propaganda genera in modo così immediato, ma possiamo cooperare con la complessità che richiedono certi argomenti urgenti, possiamo creare immagini, esperienze e relazioni capaci di modificare il modo in cui percepiamo il mondo. Quando cambia lo sguardo, possono cambiare anche le scelte. Per questo sento sempre più l’esigenza di costruire opere che mettano in relazione persone, territori e conoscenze diverse, cercando di restituire una consapevolezza che non sia solo intellettuale, ma anche emotiva e sensibile.

Se tra cent’anni qualcuno dovesse ricordare Morgana Orsetta Ghini con una sola frase o una sola opera, quale speri che sia?
Non spero di essere ricordata per una forma specifica, ma per aver contribuito a cambiare, anche solo di poco, il modo in cui guardiamo ciò che troppo a lungo abbiamo considerato privo di rilevanza. Se una mia opera riuscisse ancora, tra cent’anni, a stimolare una domanda credo che avrebbe continuato a fare esattamente ciò per cui è stata creata.

Ottobre 2026 - Autore: Carolina Genna | Edizione: Issue 30 – LA GUERRA DEI MONDI
Carolina Genna

About Author /

Carolina Genna, classe '91, giornalista, vicedirettrice e caporedattrice di Genius People Magazine. Triestina di origine, torinese per formazione, è laureata in Discipline della Musica, dell'Arte e dello Spettacolo e ha conseguito un Master in Progettazione di Eventi Turistici e Culturali. Da oltre sei anni attraversa il mondo Genius inseguendo idee, persone e storie che meritano di essere raccontate. Donna, madre, profana: il cinema è stato il suo primo linguaggio, ma le parole restano la sua forma preferita di resistenza.

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