La storia di James Goldstein
Dal parquet all’haute couture
Buttare giù una breve presentazione di James Goldstein non è facile impresa, ma proviamoci: è l’uomo che siede a bordo campo in quasi ogni partita NBA, sempre impeccabile nei suoi look eccentrici e riconoscibili. È il proprietario di una delle case più iconiche del mondo, la Sheats-Goldstein Residence, progettata da John Lautner e oggi tempio di architettura e di arte. Amante della moda, superfan del basket, Goldstein è una figura unica: metà lifestyle, metà leggenda urbana. Con lui oggi parliamo di estetica e passione, di sport e cultura, ma anche di America, quella di ieri e di oggi, vista attraverso i suoi occhi.

Signor Goldstein, lei è ormai un’icona: ci può dire fin da subito qual è il segreto per rimanere sempre così giovane nello spirito?
Non ho mai avuto intenzione di diventare ciò che lei ha appena detto. Negli ultimi anni, però, la mia popolarità sembra essere esplosa, e non so come spiegarmelo: ho semplicemente seguito le mie passioni. Il risultato è venuto da sé.
Lei è anche un personaggio immediatamente riconoscibile, con uno stile unico e un guardaroba che è leggendario. Ha un capo o un accessorio feticcio preferito?
Ho appena fatto realizzare una bellissima giacca da uno stilista di alta moda di Amsterdam e al momento è la mia preferita. Qualunque sia la giacca più recente, quella sarà la mia preferita!
È sempre stato un appassionato di moda?
La moda mi ha sempre entusiasmato, anche da adolescente. A scuola volevo sempre essere il primo a indossare l’ultima tendenza.
E cosa pensa che il suo stile dica di lei al mondo?
Credo che il mio stile comunichi al mondo che sono unico. Non voglio essere come tutti gli altri.
Altrettanto riconoscibile è la sua Sheats-Goldstein Residence, che è conosciuta in tutto il mondo. All’epoca, qual è stata la scintilla che l’ha fatta innamorare della sua Residence?
Nel preciso istante in cui ho messo piede in quella che poi è stata la casa che ho acquistato, ho capito che era quella giusta. Era una casa contemporanea, dal design accattivante, con una vista panoramica sull’intera città. Era esattamente quello che stavo cercando da ormai due anni.
Quanto c’è oggi del suo gusto personale e quanto di rispetto per il progetto originale di John Lautner?
John Lautner, l’architetto, ed io condividiamo gli stessi gusti. Gli ho dato un sacco di consigli che gli sono piaciuti. Direi che abbiamo lavorato bene insieme. Il risultato finale è una perfetta espressione del mio stile.
C’è un dettaglio, architettonico o di design, che sente suo più di tutto il resto?
Senza dubbio: la casa riflette chi sono. Le sue linee pulite e moderne rispecchiano perfettamente il mio stile. I materiali, le caratteristiche naturali della casa… non c’è niente di dipinto, niente di artificiale: questo è il mio stile.
La sua casa è spesso protagonista anche di film e shooting: le piace questa “vita parallela”?
Sono molto lusingato dal fatto che ci siano così tante richieste per la mia casa. È la prova che ho fatto un ottimo lavoro.

Cambiando argomento, lei è conosciuto anche come il più grande superfan dell’NBA. Quante partite segue dal vivo ogni anno e come organizza la sua vita attorno alla stagione?
Il basket, per me, ha la precedenza su tutto il resto, quindi assisto a più di cento partite all’anno, e lo faccio da oltre sessant’anni. Tutta la mia agenda ruota attorno alle partite di basket.
Mi sa dire, così, a brucia pelo, qual è stata la partita più emozionante e bella a cui ha assistito dal vivo?
In molti mi fanno questa domanda. Ho visto più di cinquemila partite, quindi non saprei proprio cosa rispondere. Ma la partita più deludente, senza dubbio, è stata il Game 6 della finale tra San Antonio e Miami. A due minuti dalla fine sembrava ormai certo che il San Antonio avrebbe vinto, a NBA aveva già portato il trofeo sul campo, ma poi è avvenuto il miracolo: il Miami ha finito per vincere di nuovo, ha strappato dalle mani il campionato al San Antonio.
Dopo tutti questi di anni di amore appassionato, e col suo occhio allenato, chi pensa che sia il miglior giocatore di basket di tutti i tempi?
Beh, dipende da come si definisce la grandezza: la maggior parte delle persone dice che Michael Jordan è stato il più grande, io invece sostengo che il più grande è stato Lebron James. Ma è tutta una questione di definizioni: Lebron James ha avuto la carriera complessivamente più brillante, ma se si confrontano gli episodi sportivamente più importanti di Michael Jordan con quelli di Lebron, anch’io direi che Michael Jordan è stato il migliore.
E il più sopravvalutato?
Bill Russell è stato certamente un grande giocatore, ma non tanto quanto ci piace raccontare oggi. Giocava in una squadra composta da tanti ottimi giocatori: hanno vinto tantissimi campionati… e sembra che tutto il merito vada a lui.
Ma com’è iniziata la sua passione per il basket?
È iniziata quando avevo cinque anni, quando i miei genitori hanno appeso un canestro nel vialetto di casa e ho iniziato a giocare a basket tutti i giorni. Poi ho iniziato a guardare il basket: è stata una progressione naturale. Ho visto la mia prima partita dal vivo quando avevo dieci anni, non ricordo più i dettagli: so solo che mi è piaciuta tantissimo!
Lei ha attraversato decenni di storia americana: ha vissuto l’America del sogno hollywoodiano, quella della controcultura e delle grandi trasformazioni sociali. Come sono gli Stati Uniti di oggi rispetto a quelli della sua giovinezza?
Beh, posso parlarti della Los Angeles di oggi. Negli anni ’70, il Sunset Boulevard e il Sunset Strip erano ogni sera pieni di gente, tutta vestita in modo molto appariscente. Oggi invece è tutto molto tranquillo, c’è un bel contrasto.
Crede che il sogno americano esista ancora?
Penso che gli Stati Uniti siano un disastro in questo momento. Trump stia distruggendo lo stile di vita americano: è ora di trasferirsi in un altro Paese.
Se dovesse descrivere l’America di oggi con una sola immagine, quale sarebbe?
In una sola parola: dittatura.
Autore: Carolina Genna - Edizione: Issue 29 - MR. DENIM



